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BAT, i tabacchi licenziano

La proprietà inglese è decisa: la Manifattura chiuderà

 BOLOGNA - Niente più sigarette a Bologna, e questa volta non è il ministro Sirchia a vietare, ma Domenico Siniscalco, ministro dell'economia, a tacere. La British american tabacco (Bat), multinazionale inglese acquirente dell'Eti (Ente tabacchi italiani), persevera nell'intento di chiudere la Manifattura tabacchi bolognese e cassintegrare 141 dipendenti, mentre il governo non risponde alle sollecitazioni di Flai Cgil e istituzioni locali per far rispettare gli accordi di vendita. Nel contratto stipulato col ministero nel luglio del 2003 la Bat s'impegnava a rispettare il piano industriale, conservando i livelli di produttività e occupazionali dell'Eti, e a pagare una penale di 450 milioni di euro in caso di inadempienza. Sulla stessa base la Bat si accordava con i sindacati il 31 gennaio del 2004. Pochi mesi dopo l'acquisto, la produzione di sigarette scende da 13 mila a 3 mila quintali, i dipendenti passano da 240 a 141. Nel settembre 2004, la minaccia di delocalizzare in Russia. A ottobre l'annuncio della chiusura degli impianti di Bologna e Scafati e della cassa integrazione per i bolognesi.


Mentre il ministero dell'economia si trincera nel silenzio e la Flai Cgil denuncia la Bat per condotta antisindacale (il giudice si è riservato di emettere la sentenza entro metà febbraio), Cisl e Uil il 22 dicembre 2004 siglano un accordo separato, accettando la cessione della Manifattura Tabacchi ai piemontesi del Gruppo Farina.

Lunedì 31 gennaio sono ben pochi a partecipare all'assemblea di Cisl e Uil che presentava l'accordo. La maggior parte aderisce allo sciopero della Cgil e si riunisce in presidio in Piazza Maggiore. Ad una delegazione il sindaco Sergio Cofferati ribadisce che «il Comune non lascerà decidere alla Bat cosa fare dell'area industriale». «L'assemblea dei lavoratori ha rifiutato la proposta della Bat - dice Danilo Gruppi, Cgil Bologna - non capisco chi rappresentino in questo momento Cisl e Uil. Finché persiste la mobilità per i 141 dipendenti, non siamo disposti a trattare. Il Gruppo Farina non ha piano industriale credibile: l'accordo è un piatto di lenticchie, per di più avariate».

Se venisse formalizzato il passaggio da Bat a Gruppo Farina, i dipendenti sarebbero assunti dall'Ilte, un ramo della holding piemontese, non più per produrre sigarette, ma per incellofanare gadget. Tutto questo non accadrebbe prima di 12 mesi, cioè alla fine del periodo di cassa integrazione previsto. Non solo, per chi volesse dire addio al suo posto di lavoro, la Bat ha pronto un incentivo di 8.000 euro.

«Lo stabilimento bolognese era noto per la grande modernità degli impianti e l'alta capacità produttiva. Una chiusura è ingiustificabile - sottolinea l'assessore regionale Duccio Campagnoli - Piuttosto fa pensare la vastità dell'area coperta della Manifattura (circa 11 ettari) e la sua vicinanza alla zona fieristica: il fatto che il Gruppo Farina potrebbe acquistare una fabbrica vuota, e che non nasconda i propri appetiti immobiliari, rafforza i sospetti su una possibile speculazione edilizia».

Oltretutto il piano industriale dei probabili acquirenti prevede un investimento di 2,68 milioni di euro e l'impiego di 124 dipendenti. «Con una cifra tale si comprano 2 o 3 incellofanatrici e si dà lavoro al massimo a 20 persone. E gli altri 120?». Se lo chiede Pino Cammarata, delle Rsu, ma non è il solo. Massimiliano e la sua compagna rischiano di perdere il posto insieme. «Lavoriamo entrambi qui, e da mesi viviamo inattesa del licenziamento. Dall'azienda nessuna comunicazione, apprendiamo tutto dai giornali. Se perdiamo il posto siamo nelle mani delle agenzie interinali. Ormai anche a Bologna trovare lavoro è un problema».

 

Di LEONARDO TANCREDI Tratto da Il Manifesto 8 febbraio 2005

 

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