| |
Tratto da “IL
Manifesto” 2 ottobre 2005
CAPITALE/LAVORO
pagina
08
Il
ritorno
di Parmalat
A meno di due anni
dal disastroso fallimento, il gruppo di Collecchio torna in borsa. Il
tribunale di Parma ha omologato ieri il concordato presentato da Enrico
Bondi che prevede la trasformazione in azioni delle obbligazioni e di
tutti i crediti
R. T.
Tra pochi giorni la
Parmalat
tornerà in borsa. Dopo quasi due anni dal clamoroso fallimento che ha
portato in carcere Tanzi e altri dirigenti del gruppo, con il via libera
dato ieri dal giudice Giuseppe Coscioni del tribunale fallimentare di
Parma, la multinazionale alimentare di Collecchio potrà tornare a una
vita normale. L'omologa del tribunale è stata presa grazie alla
decisione della maggioranza dei creditori del gruppo di aderire alla
proposta di concordato presentata dal commissario Enrico Bondi. A questo
punto i crediti saranno trasformati in azioni e, raggiunta la soglia del
25%, il titolo
Parmalat
potrà tornare in borsa. Il debutto è atteso per la fine della settimana.
Secondo le stime più recenti, quasi il 59% delle azioni sarà consegnato
agli ex obbligazionisti; il 17,4% alle banche italiane; il 9,7% alle
banche estere; il 7,6% ai fornitori; il 3,2% ad altri finanziatori e il
3,4% ad altri creditori generici. Nessuno di loro riceverà indietro
integralmente quanto ha perso. In particolare gli obbligazionisti
potranno contare su un bonus che si aggira tra il 2,3% e il 100% del
credito, a seconda della società emittente. In ogni caso è già qualcosa
e le prospettive non sono affatto nere viste le azioni intraprese dal
commissario Bondi contro una serie di banche.
Parmalat
non è ancora tornata in utile a causa dei pesanti (oltre 500 milioni di
euro) oneri di ristrutturazione. Ma la parte industriale è solida. Il
gruppo dovrebbe chiudere il 2005 con un fatturato attorno ai 4 miliardi
di euro e i conti del primo semestre si sono chiusi con un margine netto
del 7,7% sul fatturato, cioè vicino a quello dei maggiori concorrenti
mondiali.
Il gruppo (che nel frattempo ha ceduto alcuni asset
in settori produttivi marginali per concentrasi sul latte e i derivati)
si presenta dal punto di vista industriale come risanato e grazie alla
conversione dei debiti in azioni, l'indebitamento scenderà a limiti
fisiologici: meno di un miliardo, rispetto agli attuali 11 miliardi e
passa eredità della gestione Tanzi. Il fatturato viene realizzato per
l'80% in quattro paesi: Italia, Canada, Sudafrica e Australia. Il paese
che sta dando più soddisfazioni è il Sudafrica, dove il fatturato è in
forte crescita. Ristagnano invece le vendite in Italia e diminuiscono
addirittura in Spagna in presenza, però, di una buona crescita della
produttività.
Il maggiore azionista di
Parmalat
- che si presenterà in borsa come una public company con decine di
migliaia di azionisti - è (salvo sorprese) il gruppo Capitalia con il
5,75% del capitale. Le sorprese potrebbero arrivare da alcuni
concorrenti industriali che potrebbero comparire tra gli azionisti,
grazie all'acquisto di crediti obbligazionari effettuati negli ultimi
mesi, con l'obiettivo di scalare la società.
Secondo indiscrezioni avrebbero acquistato
pacchetti di azioni sia il gruppo Granarolo (che si è mangiato da poco
il gruppo Yomo) che la multinazionale francese Lactalis che recentemente
ha acquisito la Invernizzi dalla Kraft dopo che nel `98 aveva acquistato
dalla Nestlè la Locatelli. Al fianco della Granarolo ci sarebbe Banca
Intesa (che con la conversione dei crediti in azioni avrà il 2,51% del
capitale) come ha confermato l'amministratore delegato Corrado Passera
che in un intervista a Panorama ha dichiarato che «se ci sarà un bel
progetto chiaro e trasparente» non farà mancare il suo appoggio a
Granarolo». A fianco della Lactalis, invece, si sarebbe schierata la
Deutche Bank.
Ma Granarolo e Lacatalis non sono gli unici
pretendenti al controllo della
Parmalat.
Si sussurra di un forte interessamento da parte della multinazionale
svizzera Nestlè, alla quale la
Parmalat
contende quote di mercato in molti paesi. Ma anche di un forte
interessamento di investitori istituzionali. Il punto centrale è che la
società, proprio per la frammentazione del capitale è facilmente
contendibile, soprattutto se l'ingresso in borsa dovesse avvenire a
prezzi non eccessivamente elevati (la capitalizzazione inziale dovrebbe
sfiorare i 3 miliardi). E la scalata sotterranea è già iniziata da
tempo, favorita dal fatto che le obbligazioni
Parmalat
sono rimaste quotate. Di più: a molti fornitori con crediti sembra sia
stato offerto l'acquisto dei crediti a prezzi interessanti, nettamente
superiori a quanto si potrà ottenere con la conversione del credito in
azioni. Insomma, la caccia alla conquista di
Parmalat
è già iniziata.
Intanto la Flai Cgil ieri ha emesso un comunicato
nel quale «saluta con soddisfazione» l'omologa del concordato e annuncia
che «nelle prossime settimane inizierà il confronto sul piano
industriale, finalizzato a riorganizzare il gruppo, attivare gli
investimenti, salvaguardare e consolidare l'occupazione». Suona la
grancassa il governo: per il ministro delle attività produttive Scajola
il
ritorno
in borsa della
Parmalat
«costituisce un importante successo del governo Berlusconi» che ha
varato «a tempo di record» uno strumento legislativo (la legge Marzano)
che ha consentito di risolvere la crisi.
|
|