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Roma, 25 febbraio 2005

Relazione Coordinamento Nazionale Pesca

  Dal 1° gennaio 2003, l’Unione Europea ha una nuova politica della Pesca (PCP).

            La precedente aveva vent’anni ma risultava ormai inadeguata poiché non era stata in grado di governare le risorse del mare, sottraendo un quantitativo enorme di pesci adulti e lasciandone un numero così insufficiente da rendere problematica la riproduzione e il ripopolamento degli stock in molti mari.  Ciò aveva causato ripercussioni negative sui redditi dei pescatori, sull’equilibrio dell’ecosistema e sui mercati europei.

            Perciò la nuova PCP che è stata varata ha come obiettivi principali: la conservazione delle risorse ittiche, la salvaguardia dell’ambiente marino, la redditività economica delle flotte europee e prodotti ittici di buona qualità per i consumatori.

            Pertanto i principali cambiamenti intervenuti possono sintetizzarsi in quattro punti:

1)      approccio a lungo termine della gestione pesca: vengono cioè fissati obiettivi a lungo termine per la salvaguardia degli stock adulti in sostituzione di una politica decisa anno per anno che rendeva impossibile qualunque tipo di programmazione per gli operatori;

2)     nuova politica per le flotte: un problema annoso è sempre stato è quello di adeguare la capacità di pesca alle possibilità di pesca, poiché molto spesso, e succede in misura minore ancora oggi, si verifica una maggiore capacità di pesca della flotta dell’Unione rispetto agli stock disponibili; a questo si affianca la progressiva abolizione di aiuti pubblici per gli armatori destinati all’ammodernamento dei pescherecci (anche se rimangono gli aiuti per migliorare la sicurezza e le condizioni di lavoro a bordo);

3)     migliore applicazione delle regole : cioè una armonizzazione delle autorità competenti ai controlli e alle sanzioni per fare rispettare le regole comunitarie;

4)     coinvolgimento degli interessati: cioè una maggiore partecipazione ai processi di gestione della PCP con l’istituzione dei RAC (Regional Advisory Councils) ossia Consigli Consultivi Regionali che devono consentire una maggiore collaborazione di tutti i soggetti impegnati nell’attività di pesca per conseguire una pesca sostenibile. 

In riferimento a quest’ultimo punto bisogna segnalare un ritardo in quanto i RAC non sono ancora stati istituiti e appena la settimana scorsa Joe Borg, nel suo discorso a Catania durante la visita in Italia, si è impegnato a far partire.Casella di testo:  
 
 

            In questo quadro di nuova politica della pesca e in questi due anni, diverse sono state le leggi e le direttive promulgate da Bruxelles che sono diventate operative o recepite nella filosofia di fondo dai piani della pesca che i vari stati membri hanno emanato.

            Da segnalare anche l’impegno che l’EFT, come sindacato europeo dei lavoratori della pesca e al quale noi ci rapportiamo a Bruxelles, profonde nell’essere continuamente propositivo e attento a tutti i passaggi legislativi che interessano il settore della pesca e dell’acquacoltura.

            Vanno ricordate le ultime iniziative che l’EFT ha promosso in merito alla sicurezza sulle imbarcazioni (vedi convegno di dicembre 2004) e alla discussione sul nuovo fondo europeo per la pesca.

            La scorsa settimana l’EFT ha avuto un incontro con Joe Borg, il nuovo commissario europeo, nel quale sono stati riproposti i temi sui quali siamo più impegnati (chiamare Chagas).

            Infine l’EFT dà appoggio alla Flai “nell’esportare” e nel recepire dalla normativa europea la norma sulla condizionalità che siamo riusciti a far diventare legge in Italia.

            Sapete che, anche nella piattaforma per il rinnovo del CCNL del personale imbarcato che stiamo rinnovando con Federpesca in questi giorni, richiediamo l’introduzione di quella norma nel contratto, in modo da “metterla al riparo” da eventuali futuri cambiamenti della 154.

            In questi mesi a Bruxelles si sta cominciando a discutere e a preparare l’area di libero scambio e di libera pesca del Mediterraneo che dovrà traguardarsi nel 2010.

            E’ un momento importante poiché riguarderà anche tutti i paesi rivieraschi del Mediterraneo non europei che dovranno adottare regole comuni e condivise per tutelare il Mediterraneo con una pesca sostenibile.  E’ chiaro che in questo ambito il nostro compito come sindacato insieme con i sindacati degli altri paesi sarà quello di tendere ed elevare e uniformare le condizioni di lavoro e di sicurezza per tutti i lavoratori a bordo dei pescherecci del Mediterraneo.  Una sorta di standard comune.

Vediamo ora anche alcuni dati del settore per meglio comprendere lo scenario nel quale dobbiamo operare.

            La produzione di prodotti ittici A LIVELLO MONDIALE  (nel 2002 pari a 133 ML di tonnellate) è risultata in crescita negli ultimi anni.

            I dati disaggregati ci dicono che mentre la pesca in acque dolci interne subisce un lieve incremento (nel ’94 6,7 ML di tonnellate e nel ’02 8,7 ML di tonnellate) e quella in mare una leggera flessione (nel ’94 85,4 ML di tonnellate e nel ’02 84,5 ML di tonnellate), l’acquacoltura realizza il maggior incremento del settore, passando dalle 20,8 ML di tonnellate nel ’94 alle 39,8 Ml di tonnellate nel ’02.

            Nel Mediterraneo, che per fortuna è abbastanza al riparo dai fenomeni di depauperamento presenti in altre aree dovuti al sovrasfruttamento delle risorse, la produzione ittica complessiva risulta nel 2002 pari  a 2,2 ML di tonnellate (1,5% di quella mondiale) con una crescita dei prodotti allevati e una riduzione dell’attività di pesca in mare.

            L’acquacoltura  - che in questa area nel 1998 incideva per il 16% sul totale della produzione ittica – che accresciuto il suo peso fino al 40% attuale .

            Il calo dei livelli produttivi della pesca in mare ha particolarmente coinvolto i paesi UE mediterranei (PUEM), mentre i paesi non europei del Mediterraneo ( PTM, cioè paesi terzi del Mediterraneo) hanno registrato una costante crescita dei quantitativi prodotti con un aumento della capacità di pesca (138.000 tonnellate nel 1970 – 465.000 nel 1994).

            La flotta da pesca del Mediterraneo dal 1970 al 1998 è aumentata  di oltre 30.000 unità (+50%).

            L’accrescimento della flotta non ha riguardato allo stesso modo tutti i paesi rivieraschi, essa è stata a vantaggio dei paesi non europei del Mediterraneo (nel 1970 capacità di pesca PUEM 62% del totale, PTM 35%; nel 1998 capacità di pesca PUEM 54% del totale, PTM 46%).

            Alcuni fattori tenderanno ad incrementare questa tendenza.  Infatti negli ultimi anni il trend crescente dei prezzi causato dall’aumento dei consumi pro-capite, soprattutto nei PTM, e l’intensificazione degli scambi commerciali, sta provocando un aumento dello sforzo di pesca che si concretizza in un consistente incremento delle unità della flotta e dei giorni di pesca nei paesi non europei.

            Invece sul totale dei paesi dell’Unione Europea negli ultimi anni si è verificato un ridimensionamento sia dello sforzo di pesca sia dei livelli produttivi.

            Questa situazione evidenzia alcuni importanti rischi che se non si interviene possono diventare seri problemi per il Mediterraneo.  Infatti, anche se non ci sono immediate preoccupazioni per la diminuzione degli stock ittici dovuti al crescere della pressione dello sforzo di pesca, il Mediterraneo potrebbe trovarsi nella stessa condizione in cui si sono trovati i mari del nord Europa negli anni recenti proprio perché i paesi rivieraschi non europei del Mediterraneo (PTM) non rispettano (quasi) alcuna autoregolamentazione sulla pesca.

            Questa situazione, che vedrà sempre di più confermare questa tendenza, genera una tensione crescente tra PUEM e PTM proprio dovuta al fatto che i PUEM devono attenersi ai parametri della PCP e i paesi non europei no.

            Paradossalmente si rischia di configurare, in questo senso, la PCP come una limitazione alla concorrenza con i PTM.

            Ci rendiamo perciò conto di quale importante valore assume l’area di libera pesca del Mediterraneo di cui si sta discutendo a Bruxelles e che entrerà in vigore dal 2010.  Un equilibrio dello sforzo di pesca, la salvaguardia dell’ecosistema e la tutela delle imprese e dei lavoratori sono pertanto obiettivi da traguardare con la realizzazione di questo progetto.

            Che tutti i lavoratori dei paesi del Mediterraneo siano retribuiti secondo i CCNL dei loro paesi (o in futuro di un CCNL europeo se si riuscirà) è il nostro obiettivo.  E’ strategico il nostro impegno a questo livello.  Lo prova anche il fatto della nascita di MEDISAMAK, associazione delle organizzazioni nazionali delle imprese della pesca di 11 paesi costieri. 

            La flotta italiana ha un’incidenza del 19% su quella europea in numero e del 10% in tonnellaggio.  Dall’Italia proviene il 5% delle catture totali, mentre il fatturato complessivo incide per il 19% sul valore delle catture totali della U.E..

            Nel 2003, la produzione del settore ittico nazionale è stata di circa 520.000 Tonnellate di cui il 68% proveniente dalla pesca e il 32% dall’acquacoltura.

            Per quanto riguarda il trend, dopo anni caratterizzati da un costante calo della produzione dovuto alla pesca marittima, nel 2003 si è registrata un’inversione di tendenza con una leggera ripresa delle catture in mare.

            Infatti se si approfondiscono i dati italiani nell’ultimo biennio 2002/2003 si può addirittura notare una controtendenza rispetto ai dati forniti in precedenza e che riguardavano il mondo e l’Europa, anche se il confronto non è proprio corretto da un punto di vista statistico.

            La pesca marittima ha registrato un incremento da 344.383 tonnellate nel ’02 a 350.955 tonnellate nel ’03, con una crescita della pesca nel Mediterraneo e in quella oceanica ma un calo dei mitili; mentre l’acquacoltura ha registrato un decremento da 229.600 tonnellate nel ’02 a 166.650 tonnellate nel ’03 con una flessione sia dei pesci che dei molluschi da allevamento.

            Interessante a questo punto incrociare questi dati sui volumi con il fatturato.

            Per la pesca marittima, ad una crescita dei volumi corrisponde un incremento complessivo da 1.434 ML di Euro nel ’02 a 1.505 ML Euro nel ’03 con un prezzo medio unitario che sale da 4,16 Euro al chilo nel ’02 a 4,29 Euro al chilo nel ’03.

            Per l’acquacoltura invece ad un incremento dei volumi prodotti è corrisposto sì una discesa del valore complessivo da 512 ML di Euro nel ’02 a 442 ML di Euro nel ’03 ma un incremento dei prezzi medi unitari da 2,23 Euro al chilo nel ’02 a 2,65 Euro al chilo nel ’03.

            Complessivamente nel biennio di riferimento si è avuto sul totale produzione un aumento dei prezzi medi unitari da 3,39 Euro al chilo a 3,76 Euro al chilo. 

            Negli ultimi 3 anni si è registrato un ulteriore calo degli occupati nella pesca marittima quantificabile in oltre 8.800 unità: Gli occupati totali nel 2003 risultavano essere 38.157.

            Tra il 1996 e 1999 il reddito pro-capite ha registrato una contrazione.  Dal ’99 in poi si è avuta una crescita del reddito dovuta alla ripresa della produttività economica, ma meno accentuata di quest’ultima (tenuto conto che l’incidenza del costo del lavoro sui ricavi ha continuato a diminuire in virtù dell’aumento dei costi operativi).

            Il settore della pesca è caratterizzato da maggiore instabilità a causa delle incertezze tipiche del mestiere svolto; il reddito percepito risulta alquanto altalenante, soggetto alle variazioni nella consistenza delle risorse, a fenomeni ambientali e climatici o ad aumenti improvvisi dei costi operativi.

            Se si considerano i valori deflazionati si nota un leggero calo delle remunerazioni dal ’96 ad oggi e soprattutto nei segmenti produttivi di minori dimensioni si riscontrano dei livelli di reddito annui più bassi rispetto alla media.

            Questo è quanto emerge nel piano triennale che il governo presenterà nel quale c’è  un’analisi approfondita del settore.

            In questo scenario dobbiamo muoverci e come sindacato dobbiamo essere pronti a ben rappresentare gli interessi dei lavoratori, sapendo che oltre ad una critica situazione dei salari esiste anche un altro fronte verso il quale dobbiamo agire che è quello previdenziale.

Infatti i lavoratori del mare, dopo la loro vita lavorativa (fortemente usurante), si ritrovano spesso ad avere una pensione che è di gran lunga al di sotto delle altre categorie di lavoratori.

            Da un lato un’emergenza salariale e dall’altro un trend di continuo restringimento degli occupati e una riduzione della flotta, in presenza però di un aumento della produttività.

            Ma questo è un settore che necessita ancora di grandi interventi.  Il nostro impegno verso il governo per il riconoscimento di veri e propri AMMORTIZZATORI SOCIALI così come altre categorie di lavoratori hanno; la battaglia che nello scorso anno ci ha consentito di traguardare l’inserimento della norma di condizionalità nella legge che regolamenta il settore (154/04); il nostro impegno continuo di sensibilizzazione su questioni come la sicurezza a bordo, la sicurezza alimentare, la tracciabilità del prodotto e i mercati ittici; sono tutte questioni che solleviamo perché crediamo che ci sia bisogno di un forte intervento in questo settore.

            Ma non basta.

            La modifica del titolo V della Costituzione demanda alle regioni le decisioni sulle politiche della pesca.

            Perciò il nostro impegno va dispiegato con forza anche e soprattutto a livello regionale.

            Nel  DPEF regionale saranno destinate risorse al settore pesca.  Il nostro compito  è di chiedere incontri alle Regioni per indirizzare preventivamente quelle risorse verso obiettivi che riteniamo utili alla nostra analisi e azione sindacale.

          Prendiamo ad esempio una questione che potrebbe sembrare non importante per un sindacato, cioè quella dei MERCATI ITTICI.

          Richiedere alla Regione di destinare risorse per la costruzione dei mercati ittici almeno nelle principali marinerie ci consente di agire contemporaneamente su tre fattori importanti:

-          FAVORIRE L’AFFERMARSI DELLA LEGALITA’ NEL SETTORE.  Nella maggior parte dei porti italiani non ci sono i mercati ittici.  Pertanto il prodotto pescato viene spesso commercializzato al nero e in alcune marinerie il prezzo del pesce viene stabilito, con criteri del tutto arbitrari, da alcuni “personaggi” che hanno il controllo dei traffici commerciali nei porti.  Questa situazione ha col lateralità anche con la diffusione del lavoro nero.

-          TUTELA DELLA SICUREZZA ALIMENTARE E DELLA TRACCIABILITA’.  Contraddistinguere con una etichetta, adottata dal mercato ittico il pesce pescato consente di riconoscere il luogo di provenienza e ne dà anche una garanzia di qualità.

-          CERTEZZA DEL PREZZO DEL PESCATO PER LA DEFINIZIONE DELLA PARTE.  Qui anche vale la considerazione fatta prima: se in una marineria il prezzo viene fatto dai “personaggi” che detengono il controllo del commercio, ma che non sono assolutamente istituzionalmente adibite a quel ruolo, nella definizione della parte, il lavoratore, non avrà dei riferimenti oggettivi per poter valutare o controllare se la suddivisione del pescato è stata fatta con criteri di equità o no.

Un altro importante esempio riguarda la possibilità di destinare risorse nei DPEF regionali per corsi di formazione ai lavoratori e di sicurezza a bordo.

Insisto sull’esigenza di elevare la nostra sensibilità sul problema della sicurezza a bordo e sui morti sul lavoro:

-          E’ possibile che se c’è un naufragio o morti su un peschereccio la FLAI non faccia neanche un comunicato?  Perché negli altri luoghi di lavoro si promuovono scioperi, assemblee di protesta e informazione, comunicati stampa e se muore un pescatore invece ne parla solo la pagina di cronaca di un giornale locale? Forse anche noi consideriamo la morte in mare come un’eventualità che prima o poi deve per forza verificarsi?

Dobbiamo pensare ad un nostro insediamento nelle marinerie.  Essere presenti come Flai, andare dai lavoratori senza aspettare che essi vengono da noi; conoscere i problemi e le difficoltà con le quali quotidianamente si misurano; pensare anche a permanenze con l’INCA che almeno un pomeriggio a fine settimana si rechi nel porto per dare servizi e assistenza; pensare ad aprire una nostra sede o almeno mettere una bacheca sindacale FLAI in ogni porto dove i lavoratori possono trovare notizia di tutto ciò che come sindacato facciamo.

Da questo nuovo modo (ma che non è nessuna nuova scoperta) di fare sindacato nella pesca avremo sicuramente dei risultati positivi, in termini di rappresentanza e rappresentatività (che oggi a dire i vero è molto molto scarsa), ma anche in termini di potere contrattuale rispetto alle controparti.

Mi avvio alle conclusioni:

             Due settimane fa abbiamo avuto l’incontro con il commissario JOE BORG che è venuto in Italia in occasione del suo insediamento per incontrare istituzioni e parti sociali.  Gli abbiamo rappresentato quelle che come Flai riteniamo essere le priorità che contribuiscono alla modernizzazione del settore.

            La prima riguarda sicuramente la salute e la sicurezza sul lavoro che deve divenire un impegno concreto nell’azione di tutti i soggetti del settore e perciò insisteremo affinché nel prossimo CCNL del personale imbarcato sia recepito attuato l’accordo del 2000.

            La seconda questione che abbiamo posto al Commissario europeo riguarda l’introduzione nel settore degli ammortizzatori sociali per i lavoratori.

            Terza questione è la norma sulla condizionalità che siamo riusciti ad inserire nella legge italiana ma che va recepita anche dalla legislazione europea.

            Ribadendo la sensibilità della FLAI per uno sviluppo del settore pesca che sia sostenibile, abbiamo segnalato al Commissario Borg  il Progetto per il Distretto della Pesca dell’Alto Adriatico, quale sperimentazione ripetibile ed estendibile a tutto il Mediterraneo anche in previsione del 2010.  Abbiamo ricevuto una risposta di grande apprezzamento.

Salutiamo con piacere la designazione di Roma quale sede della CGPM, cioè della Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo, l’organismo internazionale istituito dalla FAO in accordo con 23 paesi del bacino mediterraneo e con il Giappone.  Roma ha superato le candidature di Valencia (Spagna) e La Valletta (Malta).

Può essere un fatto importante perché, oltre al prestigio per il nostro paese, la sede a Roma della CGPM affida al nostro paese un ruolo importante per la tutela del bacino del Mediterraneo e la salvaguardia dell’occupazione.  Bisognerà approfondire però i criteri di funzionamento e governo di questa Commissione che auspichiamo preveda il coinvolgimento anche del sindacato dei lavoratori.

 CCNL FEDERPESCA

 La filosofia complessiva della piattaforma consiste nel fare complessivamente un passo in avanti verso una migliore condizione lavorativa dei lavoratori.

La richiesta di inserire nuovi capitoli nel contratto va in questo senso.  Essi devono recepire le novità apportate dalle leggi (154/04-53/04) da accordi come quello sulla sicurezza del 26 luglio 2000.

Ma la nostra piattaforma lavora anche nel senso di un sensibile miglioramento della condizione economica e previdenziale dei lavoratori del settore.

L’incremento richiesto (5,2%) che si dovrà riflettere sulla retribuzione convenzionale IPSEMA, l’aumento della voce “Valore Convenzionale” ai fini previdenziali, la struttura della retribuzione nuova con erogazione del MMG mensile e una nuova riparametrazione che abbiamo richiesto sono tutte leve che ci permettono, se non di scardinare l’impianto del contratto alla parte, sicuramente di affrontare con determinazione il problema del basso livello di retributivo per i lavoratori della pesca.

In questi giorni sono stati fatti alcuni passi in avanti su questioni normative che riguardano appunto l’inserimento di nuovi capitolo nel CCNL.

Sulla riparametrazione c’è la disponibilità a rivedere la scala e siamo in attesa di una risposta complessiva che tenga conto della nostra richiesta di elevare gli inquadramenti più bassi verso l’alto e di inserire una nuova figura professionale.

Stessa disponibilità a discutere si registra sull’aumento della  panatica, per i “giorni festivi nei porti”, per “l’indennità corredo” e per la individuazione di un fondo previdenziale complementare.

Sulle altre questioni, salariali e non, c’è una lontananza quasi cosmica delle posizioni se non una vera divergenza.

Gli incontri prossimi si prospettano difficili e complicati proprio per questa rigidità della controparte e di un rapporto unitario che è sempre difficile tenere.

 CCNL (BIENNIO) COOPERAZIONE 

            Nei giorni scorsi è cominciato anche il confronto con le organizzazioni della pesca cooperativa per il rinnovo del secondo biennio del CCNL per il personale non imbarcato.

            Abbiamo avviato il confronto senza formalizzare in esplicito alcuna richiesta specifica di aumento, ma solo dichiarando alla controparte che era nostra volontà tutelare il potere d’acquisto dei salari dei lavoratori con un recupero dell’inflazione pregressa e quella attesa per il futuro.

            Ci siamo trovati di fronte a una risposta arrogante e strumentale che ha impedito il prosieguo della discussione.

            Le organizzazioni confederali della cooperazione intendono considerare l’indice FOI dell’inflazione per il calcolo del recupero, che è più basso di quello usato in precedenza cambiando quindi anche le “regole del gioco” in corso d’opera.

            Inoltre, fatto ancor più grave, subordinano la firma del biennio economico di questo CCNL all’apertura di un nuovo tavolo di confronto sindacale, nel quale le centrali cooperative chiedono al sindacato la istituzione di un nuovo CCNL per il personale imbarcato alle dipendenze delle cooperative.

            La richiesta, posta in questi termini di puro ricatto, è inaccettabile.  Non va confuso il merito del confronto che è quello di dare una risposta ai lavoratori non imbarcati che aspettano un adeguamento dei loro salari in un momento così difficile nel paese.

            Prima va rinnovato il CCNL in scadenza e poi si potrà discutere di altro, affrontando contestualmente anche le ambiguità e differenze del settore.

            Queste condizioni irricevibili e altri sgradevoli episodi che si sono verificati in queste settimane tra le organizzazioni cooperative e il sindacato e che hanno pesato sui rapporti tra le parti, impediscono, al momento, la ripresa del confronto.

 

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