Dei 6 miliardi e mezzo della
riforma fiscale solo un miliardo e mezzo è andato alle famiglie. Il
governo prepara l’«inganno» per i pensionati
«Benefici
irrisori e crescono le ingiustizie» Beniamino
Lapadula responsabile economico Cgil
ROMA «La famiglia è stata completamente
trascurata, per i redditi bassi i benefici della riforma sono
pressoché inconsistenti, per gli incapienti sono pari a zero».
Così il responsabile economico
della Cgil, Beniamino Lapadula, sintetizza il giudizio sulla
«riduzione» delle tasse di Silvio Berlusconi. Lapadula mette poi in
guardia da un nuovo, imminente «inganno», questa volta a danno dei
pensionati.
Prima i redditi più bassi, poi le
famiglie ora anche i pensionati. Di che cosa si tratta?
«Il
fatto che ai livelli più bassi questa riforma valga nulla o poco più è
dimostrato anche dall’operazione che faranno verso i pensionati cui
viene rinviata la riduzione fiscale: la vedranno a marzo, così prima
delle elezioni pochi destinatari si vedranno riconoscere uno sconto
fiscale di qualche significato. È un inganno perché quello sconto è
riferito a tre mesi di pensione, non è il valore mensile che invece si
vedrà ad aprile, dopo le elezioni regionali. È l’ennesima furbata.
Questa riforma fiscale concede benefici rilevanti solo ad una
minoranza di contribuenti, quindi a colpi di propaganda e di
escamotage il governo dovrà dimostrare di aver dato di più. Ma le cose
purtroppo non stanno così».
E non stanno così neanche per le
famiglie. La riforma si sta svelando ancora più iniqua per chi figli a
carico. Qual è il meccanismo?
«L’intervento sulla famiglia è stato molto contenuto perché dei 6
miliardi e mezzo del costo totale della riforma fiscale, alla famiglia
è andato solo un miliardo e mezzo, troppo poco per produrre effetti
significativi. Poi ci sono le distorsioni legate alla trasformazione
delle detrazioni in deduzioni. Le deduzioni si sottraggono
dall’imponibile e in linea di massima sono “regressive” perché
avvantaggiano di più chi ha redditi più alti. Mentre le detrazioni,
essendo uguali per tutti, sono più “progressive“. L’aver voluto a
tutti i costi questa trasformazione, con così poche risorse a
disposizione, porta alle distorsioni che stanno venendo alla luce. Una
manovra che vale 3 euro a figlio la dice lunga sul valore di questo
intervento, è un’operazione del tutto simbolica. Quella concreta si è
fatta a favore dei redditi alti ed è incentrata sulle aliquote».
Quindi se parliamo di aliquote i
redditi medio-alti vengono avvantaggiati dalla riforma. Se parliamo di
deduzioni per «family area» anche questi vantaggi diminuiscono. È
così?
«A fronte di redditi medio-alti sarebbe stata
sicuramente più utile una maggiore “equità orizzontale” cioè, a parità
di reddito, ha maggiori benefici chi ha più figli. Invece il governo
ha voluto che, con i redditi alti, i benefici si hanno per via delle
nuove aliquote e non per i carichi familiari».
È già qualcosa, sempre benefici
sono. Per tutti gli altri?
«Per
i redditi bassi il vantaggio è simbolico mentre sarebbe stato
necessario un intervento più incisivo tantopiù per chi ha figli. Poi
rimane completamente inevaso il tema degli incapienti, i contribuenti
che hanno redditi molto bassi, non pagano imposte e non possono
ricevere da questo aumento delle deduzioni nessun vantaggio. Non a
caso durante gli anni del centrosinistra si usavano sempre due leve:
quella delle detrazioni fiscali e quella degli assegni per nucleo
familiare percepiti anche dagli incapienti. Se avessero voluto
sostenere i più bisognosi l’intervento giusto era sugli assegni
familiari, invece il governo ha puntato tutto sulla rimodulazione
delle aliquote che premia i redditi più alti. Il risultato è che la
famiglia è stata assolutamente trascurata, per i redditi bassi i
vantaggi sono pressoché inconsistenti, per gli incapienti sono pari a
zero».