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(Da la Stampa 6 giugno 2002

 
IL SEGRETARIO DELLA CGIL: SE L´ESECUTIVO PROVERA´ A MODIFICARE L´ARTICOLO 18 SARA´ SCIOPERO GENERALE IN TUTTO IL PAESE
Cofferati: «Francesco spieghi se vuole difendere i diritti o no»
«Ha appena presentato un progetto di nuovo statuto dei lavoratori in cui si dice che il reintegro non si tocca. Poi però invita a trattare col governo»

BRUXELLES
L'ONOREVOLE Rutelli deve mettersi d'accordo con se stesso: da una parte appoggia il codice sui nuovi lavori presentato qualche giorno fa dall'Ulivo, dove si parla dell'intangibilità dell'articolo 18 e dall'altra invita a trattare con il governo". Sergio Cofferati, da Bruxelles rilancia contro tutte le accuse piovute su di lui nelle ultime ore sia dalla maggioranza che dall'opposizione. Nel teatro St. Michel, di fronte a più di mille persone arrivate da varie parti del Belgio, tra applausi e grida di sostegno, il segretario generale della Cgil in un'intervista pubblica con cinque giornalisti italiani, risponde punto per punto sull'articolo 18, sulla flessibilità, sull'immigrazione, sull'Europa.


Francesco Rutelli ha ribadito che la funzione di un sindacalista è di trattare, il premier Berlusconi l'ha chiamata "ammazzasette". Come giudica tutte queste critiche?

«Dove ci sono buone ragioni io tratto. L'onorevole Rutelli dice due cose insieme, sull'articolo 18 non si cede e bisogna sedersi a negoziare. Mi stupisco che queste affermazioni vengano dal leader dell'Ulivo, che qualche giorno fa ha presentato un progetto di statuto dei nuovi lavoratori, che ribadisce l'intangibilità dell'articolo 18. Ci dica Rutelli se intende difendere questo progetto dell'Ulivo o se pensa di presentarne un altro».

Ma lei così sta spaccando il fronte sindacale.

«La strada intrapresa dai miei colleghi è molto pericolosa. Abbiamo sottoscritto un patto in cui promettiamo ai lavoratori lo stralcio dalla delega al governo della modifica dell'articolo 18. Se ci sediamo a un negoziato su questo tradiamo il motivo per cui abbiamo chiesto ai lavoratori di scioperare. Sui diritti dei lavoratori non c'è mediazione possibile. Io non ci sto. E l'atteggiamento del governo è inquietante».

In che senso?

«Ripetono che non sono in gioco i diritti dei lavoratori di oggi. E quelli dei nostri figli? Come si fa a pensare di tranquillizzare le persone spostando il problema al futuro? Tranquillizziamo i padri per minacciare i figli».

Ma l'Europa invita a una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro per rilanciare l'occupazione. Lei sembra un nemico della flessibilità..

«L'Italia è già il paese che ha il massimo di flessibilità: da noi ci sono tutti gli strumenti che esistono in Europa. Anzi, in Italia di flessibilità ce n'è troppa. Certi strumenti andrebbero aboliti. Mi riferisco a quei prepensionamenti che piacciono tanto alle imprese e alla cosiddetta mobilità di lunga durata che fa uscire dal mercato del lavoro anche persone di 47 anni, con un danno per gli istituti di previdenza che pagano pensioni per il doppio degli anni fisiologicamente previsti e con un danno per il sistema produttivo. Sia perché si perdono valide professionalità, sia perché, in molti casi, queste vengono assorbite dal mercato nero. In Italia la flessibilità viene usata male».

L'Italia resta in Europa una roccaforte del reintegro?

«Il reintegro esiste in molti altri paesi, anche se variamente modulato. In Spagna ci sarà uno sciopero generale il 20 giugno. Già non esiste il reintegro e adesso il premier Aznar sta cercando di ridurre anche il risarcimento dopo un licenziamento. Vedete la strada: c'è un tentativo in Europa di peggiorare le riforme».

Quindi voi andate avanti con la linea dura?

«Certamente, manteniamo il calendario degli scioperi regionali e qualora il governo presentasse un disegno di legge per modicare l'articolo 18, faremo uno sciopero generale par tutto il paese».

Siete pessimisti?

«Siamo realisti. Abbiamo un governo che dice di voler realizzare gli obiettivi di Lisbona di maggiore competitività. Noi condividemmo i risultati di Lisbona, due anni fa, così come il governo D'Alema. Ora l'attuale governo lo riscopre, ma degli obiettivi fissati dai capi di governo dei Quindici non c'è traccia. Le priorità di Lisbona, per far diventare l'Europa l'economia più competitiva del pianeta entro il 2010, sono l'educazione, la formazione continua, la scuola. Da noi, a parte ridurre i fondi per la scuola pubblica spostandoli a quella privata, non si parla di niente».

Due giorni fa è stata approvata una legge sull'immigrazione? Come la giudica?

«Pericolosa, non mi piace. Crea una discriminazione tra le persone. Va contro i principi della dignità umana, sanciti, tra l'altro nella Carta europea dei diritti dell'uomo. Prepararsi ad accogliere stranieri, di cui abbiamo bisogno per le nostre economie, non vuol dire costringerli ad alterare la propria identità».

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Giampaolo Pansa
Cofferati, salto nell'ignoto


Il suo mandato scade il 29 giugno. Un finale nella bufera. La rottura con Cisl e Uil. La strategia distruttiva del governo. L'apatia della sinistra. Una follia dell'Ulivo. Il ticket con Prodi. Il rischio di una Babele plurale. Ma ci sono tanti modi per fare politica...

di Giampaolo Pansa

 
Il suo mandato scade il 29 giugno. Un finale nella bufera. La rottura con Cisl e Uil. La strategia distruttiva del governo. L'apatia della sinistra. Una follia dell'Ulivo. Il ticket con Prodi. Il rischio di una Babele plurale. Ma ci sono tanti modi per fare politica... In bretelle e maniche di camicia, Sergio Cofferati ha l'aria dell'uomo in pace con se stesso. Lo è per davvero? O nasconde un tormento inevitabile, visto il frangente esistenziale in cui si ritrova? A parte la bufera per l'articolo 18 (la Cgil ha proclamato da sola un nuovo sciopero generale), fra tre settimane, sabato 29 giugno, per il Cinese scadrà il mandato di segretario generale della confederazione. E lui, così giura, tornerà a fare l'impiegato alla Pirelli. Tuttavia, neppure un pelo della barba tradisce nervosismo o trasmette ansia. Certo: Cofferati, che piaccia o no, non è un leader ansiogeno, come lo sono tanti capi della politica italiana. Lui sorride: «Sa perché non trasmetto ansia? Perché io ho un ego piccolo così».

Eppure, quando le ho chiesto questa intervista, lei ha detto: mi preparo a un salto verso il nulla...

«Ho sbagliato parola. Un salto verso il buio, forse. Ma non è neanche questo. Ho lasciato la Pirelli ventisei anni fa: una vita! Ritornare a un impegno professionale privato non è il nulla né il buio. È una dimensione che non conosco più. Il lavoro che facevo è scomparso. E pure la fabbrica. Allora diciamo un salto, un passo verso l'incognito o l'ignoto, scelga lei».

È in apprensione per il suo futuro?

«No. Sono soltanto incuriosito di quello che mi capiterà. E anche un po' preoccupato. Ma soltanto perché penso che sia necessario essere sempre all'altezza del lavoro che si fa».

Immaginava un finale tanto rovente della sua segreteria nella Cgil?

«Sì, ma non in questo modo. Avevo dei timori consistenti per il cambiamento della situazione politica e nei rapporti con gli altri sindacati. Così avevo deciso da tempo di restare qui sino all'ultimo giorno».

Timori consistenti perché?

«Perché il centro-destra è andato al governo con un programma che a me è sembrato subito foriero di inevitabili scontri e di rotture sociali. Altro che vecchia Dc! L'ho detto al congresso Ds di Pesaro, in novembre, lei c'era e mi ha sentito: la miscela di liberismo e populismo farà danni rilevantissimi. Temevo pure la divisione fra i sindacati, anche se ho sperato sino all'ultimo che non ci fosse».

Adesso che lei se ne va, e in questo clima, che cosa accadrà nella Cgil?

«Sostanzialmente nulla. La Cgil è un'organizzazione molto grande e complessa. Ha il vantaggio di avere un quadro dirigente, diciamo le cinquanta-sessanta persone con responsabilità primarie, che è molto solido. Voi dei media non lo vedete, perché vi occupate solo dei leader, ma c'è, stia sicuro. Poi tutti i passaggi sono dolorosi, per chi va e per chi assiste all'uscita. Ma ci sarà anche un guadagno per la Cgil: quando sarò fuori, la polemica astiosa e continua del centro-destra risulterà spuntata. E si smetterà di dire che la Cgil fa quella certa politica perché il suo segretario ha mire politiche».

Il suo successore, Guglielmo Epifani, avrà il problema di liberarsi dell'ombra del Cinese...

«Ma no! È un problema che si risolverà in pochi giorni. È sempre accaduto così. Purché chi esce non svolga un'attività che ha a che fare con il sindacato. Ma glie l'ho già detto: tornerò alla Pirelli».

Sarà davvero Epifani l'erede di Cofferati?

«Io devo proporre al direttivo, che è di 156 persone, il nome del mio successore. Poi il direttivo decide. È una procedura che va assolutamente rispettata. Dalla consultazione del direttivo potrebbero anche uscire più nomi. Quando Bruno Trentin lasciò, non disse: dopo di me viene Cofferati. Alla fine, emersero due candidati: Alfiero Grandi e il sottoscritto, che aveva la maggioranza. Poi Grandi decise di ritirarsi. E in votazione, con voto segreto, venne messo solo il mio nome. Ma io penso di avanzarla una proposta. Poi la libertà di scelta del direttivo è fuori discussione. Però non credo che ci saranno sorprese».

Il dopo Cofferati vedrà la Cgil alle prese con un pericolo nuovo. Lei lo ha chiamato il sindacalismo bipolare: per metà governativo, per metà all'opposizione.

«La politica non se n'è ancora accorta, ma è un rischio gravissimo. Questo governo non vuole soltanto la rottura del movimento sindacale, ma il suo mutamento genetico. Ha cominciato col dire che la Cgil non è un sindacato, bensì una forza politica: ridicolo! E finirà con lo spingere i sindacati, quelli che si piegheranno, a ridurre la loro attività di tutela dei lavoratori per diventare soprattutto erogatori di servizi. Questo porterà a un sindacalismo neo-corporativo, e sarà un disastro. Tutto ciò capita nell'indifferenza della politica di sinistra».

Da dove deriva questa assenza di reazioni?

«Dal fatto che in Italia i partiti, a cominciare da quelli di sinistra, pensano di essere l'origine di tutto, o il tutto e basta. Nel modello socialdemocratico, il partito di sinistra nasce dal movimento sindacale. Da noi, i partiti si credono l'inizio del mondo! Se poi, come accade oggi, la politica diventa asfittica, comincia ad aver paura della rappresentanza sociale. E si crea il rapporto schizofrenico che abbiamo già sotto gli occhi».

Nel frattempo, è riemersa la divisione tra i sindacati. Ha qualcosa da rimproverarsi nel suo rapporto con la Cisl e la Uil?

«Sinceramente no. Ho tenuto la sordina su tanti incidenti piccoli e grandi. E ho fatto forza a me stesso per non commentare atti che miravano ad accentuare le differenze fra le confederazioni».

Però si sostiene che, sotto i governi dell'Ulivo, voi la facevate da padroni rispetto agli altri sindacati.

«No, anzi, anzi... Nella legislatura del 1996, c'è sempre stato un rapporto stretto tra la Cgil e le altre confederazioni. E tra l'Ulivo e la Cisl e la Uil».

In quel tempo abbiamo scritto che Massimo D'Alema, presidente del Consiglio, spingeva per un sindacato unico, ma diretto da Sergio D'Antoni, leader della Cisl...

«Di questo parleremo quando sarò fuori dalla Cgil».

Oggi siamo agli schiaffoni. Il segretario della Uil, Luigi Angeletti, il 3 giugno ha detto: «Cofferati è il miglior alleato di Berlusconi, perché ha fatto una lotta accanita a tutti i riformisti del centro-sinistra e dei Ds, a cominciare da due presidenti del Consiglio».

«Mi guardo bene dal commentare affermazioni del genere, per carità!»

Sempre Angeletti ha aggiunto di non credere che la rottura di oggi peserà per degli anni sul movimento sindacale, perché «quando in Cgil arriverà il nuovo gruppo dirigente, vorrà riprendere il dialogo con noi».

«Ecco un tratto da vero signore!».

Qualche volta, anche lei, Cofferati, ha toppato nelle previsioni. Il 16 marzo, a Genova, aveva affermato che il governo Berlusconi non avrebbe potuto reggere all'impatto con un fronte crescente che gli diceva: le tue politiche sono sbagliate. Non mi pare che vada così....

«Certo, oggi non è così. Ma solo perché il fronte sindacale non ha retto. Poi c'è anche una follia del centro-sinistra. Qualche giorno fa, Francesco Rutelli ha detto che anche la Cgil deve partecipare alle trattative con il governo sul mercato del lavoro. Eppure l'Ulivo ha appena presentato un suo Statuto dei nuovi lavori, fondato sull'intoccabilità dell'art. 18! Non si rendono conto che la trattativa con il governo fa saltare un pilastro della loro proposta? E che nasce di qui il rischio del bipolarismo sindacale?».

Tuttavia il centro-destra ha radici profonde nella società italiana....

«Lo vedo anch'io. Però se avessimo tenuto il fronte tutti insieme, le crepe nel governo si sarebbero allargate. Dopo l'annuncio delle modifiche all'art. 18, il centro-destra è stato costretto a fermarsi per sei mesi. Adesso ha un vantaggio, ma solo perché Cisl e Uil hanno rinunciato a insistere. È l'effetto di un meccanismo ad orologeria, montato da tempo. Ed è un fatto molto grave, un'assurdità dal punto di vista sindacale, vedere due confederazioni che risolvono subito una trattativa a favore della parte avversa. Significa che si è già scritta gran parte di quella trattativa. Ma la Cgil continuerà anche da sola, non s'illudano».

Veniamo a quello che io credo sarà il suo avvenire politico. Al congresso dei Ds, lei ha firmato la mozione del Correntone. E oggi sembra convinto della necessità di una sinistra plurale, che vada dalla Quercia a Rifondazione e ai no-global di Agnoletto e Casarini. Non ha paura della Babele plurale?

«Il pluralismo è una ricchezza, se si evita il proliferare di soggetti che si distinguono solo per giustificare se stessi: penso ai tre partiti trozkisti in Francia. Nella sinistra italiana ci sono sempre state tre componenti: la riformista, largamente maggioritaria, la massimalista e la radicale. Il problema è tenerle insieme. È complicatissimo, ma ci si può provare. Quelle tre aree hanno alcuni elementi comuni. Bisogna valorizzarli. Soprattutto in vista di una competizione elettorale. Del resto, è la democrazia bipolare che spinge ad assemblarsi, non a dividersi».

Rimane sempre lo spettro della Babele programmatica....

«Il rischio c'è. Però si può evitare. Per esempio, quando la sinistra va a un voto, dovrebbe tracciare un programma minimo comune. Ripeto: minimo».

Con certi soggetti, anche questo è una quadratura del cerchio. Il 4 giugno Fausto Bertinotti ha detto no al ritorno di Prodi. E ha aggiunto di non capire che cosa significhi un'accoppiata Prodi-Cofferati. Come risponde a Bertinotti?

«Non rispondo nulla».

Lo stesso giorno, e sempre sul ticket Prodi-Cofferati, Berlusconi ha esternato così: «Sono assolutamente sereno. E come diceva il mio dentista, ora io dico: avanti il prossimo!» La sua risposta?

«Nulla, come sopra».

E Cofferati cosa dice di quel ticket?

«Dice che Cofferati torna a fare l'impiegato alla Pirelli. È la scelta non solo la più giusta, ma la più efficace per la Cgil, alla quale devo tutto. Voglio promuovere un nuovo gruppo dirigente, dare spazio a compagni diversi, donne e uomini. E poi il 2006, quando si tornerà a votare, è lontano anni luce».

Che Cofferati si tramuti in un impiegato di Tronchetti Provera non ci crede nessuno.

«Non so che farci. E poi quel che mi succederà nel 2006 non lo so, né posso saperlo. Ci sono una serie di incognite nel mio futuro, questo lo so bene. Nessuno dei segretari che mi hanno preceduto, Lama, Pizzinato, Trentin, ha dovuto affrontare un problema come il mio. Ma sono ancora giovane, ho 54 anni. E se voglio aiutare il ricambio e l'autonomia del sindacato, devo inibirmi qualsiasi collocazione d'impegno politico».

E se le circostanze dovessero spingerla verso quell'impegno?

«Lo vedrò allora. Per adesso penso alla mia scelta. Tutt'al più, se la Cgil lo vorrà, potrò fare il presidente della Fondazione Di Vittorio, un organismo staccato e lontano».

E se i giornali venissero a cercarla anche alla Pirelli?

«Vorrà dire che parlerò con i giornali, se avrò delle cose interessanti da offrirgli. Se non le ho, i giornali smetteranno di cercarmi. Comunque, lei sa quanto me che la politica si può fare in tanti modi diversi da quelli conosciuti. Ci proverò...».

Tanto per saperlo, dopo giugno dove potremo trovarla?

«A parte il mio ufficio da impiegato, mi troverete alla Fondazione Di Vittorio, a Roma, in via Gaetano Donizetti. Il numero non me lo ricordo».

 

13.06.2002

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Palazzo Chigi / L'incontro del 20 giugno 2002

 

La proposta del governo sul mercato del lavoro

 

1) Art.10 (Delega al Governo in materia di altre misure temporanee e sperimentali a sostegno della occupazione regolare e della crescita dimensionale delle imprese)

1. Ai fini di sostegno della occupazione regolare e della crescita dimensionale delle imprese, il Governo è delegato ad emanare in via sperimentale uno o più decreti legislativi, entro il termine di un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:


a) ai fini della individuazione del campo di applicazione dell'articolo 18 della Legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni, non computo nel numero dei dipendenti occupati dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, anche se a tempo parziale, o con contratto di formazione e lavoro, instaurati nell'arco di tre anni dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi;

b) previsione di misure di monitoraggio coerenti con la natura sperimentale del provvedimento;

c) previsione che decorsi ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi di cui al presente articolo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali procederà a una verifica, con le organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, degli effetti sulle dimensioni delle imprese, sul mercato del lavoro e sui livelli di occupazione nel frattempo determinatisi, al fine di consentire al Governo di riferirne al Parlamento e valutare l'opportunità della proroga della misura ovvero di altre iniziative legislative a sostegno dell’occupazione regolare e della crescita dimensionale delle imprese.


2) Lo Stato Sociale per il lavoro

Premessa

Lo Stato Sociale per il lavoro (Welfare to Work) comprende tutti gli strumenti di protezione sociale che sono rivolti a incoraggiare il cittadino nel suo inserimento o re inserimento nel mercato del lavoro, allo scopo di conseguire gli obiettivi dei Consigli Europei di Lisbona e di Barcellona.

Il Libro Bianco descrive come in Italia chi cerca un lavoro è nei fatti lasciato a se stesso: inadeguatezza del livello culturale medio della popolazione: il 20% della classe di età 15-65 anni possiede solo la licenza elementare o non ha alcun titolo di studio e meno del 38% possiede solo la licenza media; totale assenza dei servizi di incontro tra domanda e offerta (solo il 4% dei rapporti di lavoro passa oggi per il collocamento);

insufficienza e inefficacia diffusa della pur consistente spesa per formazione anche a causa del carente monito raggio dei fabbisogni del mercato del lavoro;

spesa sociale prossima alla media europea ma integrazioni al reddito del disoccupato disomogenee e scollegate da diritti e doveri per il re inserimento lavorativo. Inoltre, il Piano Nazionale per l'Occupazione per il 2002, accogliendo le indicazioni dell'Unione Europea, individua come azioni prioritarie delle politiche per l'occupazione una più elevata preparazione culturale e professionale dei giovani e degli adulti, in modo da renderne più agevole l'ingresso e la permanenza nel mondo del lavoro, ribadendo il nesso tra istruzione e formazione da un lato e inclusione sociale e occupabilità dall'altro.

2. Servizi per l'incontro tra domanda e offerta di lavoro
Il Governo intende realizzare entro l'anno un diffuso sistema di servizi pubblici e privati tra loro collegati da un sistema informativo per il lavoro (Rete dei Servizi al Lavoro): riordino delle regole del collocamento, mediante rafforzamento dell'anagrafe del lavoratore, definizione dello stato di disoccupazione, dei modi per acquisirlo e per perderlo, e dei connessi diritti e doveri (colloquio di orientamento e proposta di formazione o di lavoro entro tempi certi). Le misure sono contenute nel decreto legislativo prossimo all'esame delParlamento;

diffusione dei servizi Qrivati e Qrivato-sociali. che potranno svolgere, a determinate condizioni, tutte le tipo logie di servizio al mercato del lavoro (incontro tra domanda e offerta, selezione, ricollocazione, formazione, lavoro interinale, ecc.). Le misure sono contenute nel DDL 848 che privilegia e incoraggia la gestione di questi servizi anche a cura delle stesse parti sociali;

attivazione della Rete dei Servizi al lavoro. inclusa una "borsa" continua del lavoro, collegando Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, enti previdenziali e servizi all'impiego nel territorio (pubblici, privati e privato-sociali), sulla base di un nuovo progetto atto a produrre una banca dati dei lavoratori attivi ed in cerca di lavoro e coerente con le competenze delle Regioni.

3. L'educazione per I'occupabilità
L' arricchimento permanente delle risorse umane deve essere promosso mediante la riforma dell'istruzione -fondata su una più elevata preparazione culturale ed un più stretto rapporto tra scuola e lavoro- ed un migliore coordinamento delle risorse pubbliche e private per la formazione permanente, attraverso il negoziato e la collaborazione tra Governo (Ministeri del Lavoro e dell'Istruzione), Regioni, Province e parti sociali.

La riforma del sistema educativo deve produrre l'innalzamento del diritto-dovere all'istruzione e alla formazione ad una durata di almeno 12 anni, il potenziamento dell'alfabetizzazione informatica, la possibilità ricorrente di alternare scuola e lavoro, la comunicabilità tra percorsi scolastici e formativi. L'Istruzione e Formazione Tecnica Superiore e l'Educazione degli Adulti hanno dimostrato di essere strumenti validi per favorire l'occupabilità. Pertanto, occorre superare il divario rispetto agli altri Paesi dell'Unione Europea, potenziando il sistema dell'Istruzione e Formazione Tecnica Superiore con l'obiettivo di corrispondere alle richieste espresse dal mondo del lavoro. Ugualmente si pone quale obiettivo prioritario l'acquisizione diffusa di un più alto livello di competenze di base (linguistiche, matematiche, tecnologiche, sociali), mediante iniziative di educazione permanente degli adulti tali da soddisfare le richieste per 700.000 persone l'anno a partire dal 2003. L 'educazione permanente degli adulti rappresenta infatti uno strumento efficace per favorire l'occupabilità e l'adattabilità delle risorse umane e professionali nonché l'inclusione sociale.

4. Gli obiettivi della riforma dei sostegni al reinserimento nel lavoro
La riforma del sistema delle "tutele attive", necessariamente graduale e a carattere pluriennale, ha l'obiettivo di incoraggiare e assistere il lavoratore nel processo di re inserimento nel mercato del lavoro. Si deve, pertanto, realizzare un circolo virtuoso tra sostegno al reddito, orientamento e formazione professionale, impiego e auto impiego che rafforzi così la tutela del lavoratore in situazione di disoccupazione involontaria, ne riduca il periodo di disoccupazione, ne incentivi un atteggiamento responsabile ed attivo verso il lavoro. Questo nuovo sistema di "tutele attive"dovrà assicurare:

una maggiore equità, attraverso una migliore corrispondenza tra contribuzioni e prestazioni;
un miglioramento complessivo del grado di tutela economica garantita al lavoratore disoccupato involontario, sia sotto il profilo della misura dell'indennità sia della durata della corresponslone;
una stretta correlazione tra erogazione dei sussidi e diritti-doveri del disoccupato, verificando periodicamente l'effettivo stato di disoccupazione involontaria, l'immediata disponibilità e adesione ad attività di formazione o a occupazioni alternative, prevedendo la perdita di benefici in carenza di queste condizioni;
una tutela di ultima istanza legata a particolari condizioni di disagio.

Le iniziative previste da questa riforma saranno coerenti con il nuovo quadro istituzionale definito dal rinnovato Titolo V della Costituzione.

Gli obiettivi finali della riforma dovranno garantire:

a) una protezione generalizzata ed omogenea dei disoccupati involontari;

b) protezioni integrative, aggiuntive o sostitutive, liberamente concordate fra le parti sociali ai più vari livelli, con prestazioni gestite da organismi bilaterali di natura privatistica;

c) contenimento del costo del lavoro determinato dal prelievo contributivo complessivamente connesso ai vari schemi di sostegno al reddito nei limiti massimi attuali e dalla razionalizzazione dei benefici garantiti dalla protezione di base: ciò anche allo scopo di liberare risorse per il fmanziamento della protezione integrativa.

L 'assetto finale verrà conseguito con un graduale processo di razionalizzazione e di riordino degli strumenti esistenti e compatibilmente con le risorse finanziarie che si renderanno disponibili.

5. Le prime misure
A questo fine un primo intervento consiste nella rapida attuazione, con il concorso delle parti sociali, dei principi contenuti nel DDL 848 volti a razionalizzare gli istituti attuali, superando sprechi ed inefficienze, e a collegare strettamente integrazioni al reddito, servizi di orientamento, formazione come altre misure di inserimento nel mercato del lavoro, anche attraverso gli organismi bilaterali, valutando il possibile concorso di risorse derivanti dal Fondo Sociale Europeo.

ContestuaImente, l'indennità di disoccupazione ordinaria connessa agli attuali requisiti pieni sarà incrementata nella sua entità e durata prevedendo :

a. indennità di base che garantisca un sostegno al reddito complessivo per un periodo continuativo massimo di dodici mesi, con un meccanismo a scalare che assicuri al lavoratore il 60% dell'ultima retribuzione nei primi sei mesi, per poi scendere gradualmente al 40% ed al 30% nei due successivi trimestri. A tal fine, il Governo si impegna a garantire la necessaria copertura per una spesa di almeno 700 milioni di euro per anno;

b. durata massima complessiva dei trattamenti di disoccupazione non superiore ai 24 mesi (30 mesi nel Mezzogiorno );

c. controllo periodico sulla permanenza nello stato di disoccupazione involontaria dei soggetti che percepiscono l'indennità;

d. programmi formativi a frequenza obbligatoria per i soggetti che percepiscono l’indennità, con la certificazione finale del risultato ottenuto, nel quadro dei piani individuali concordati con i servizi per l'impiego. In tale prospettiva potranno essere sperimentate a livello provinciale prime forme di bilateralità che concorrano a definire l'orientamento fonnativo;

e. un tavolo negoziale tra Governo, Regioni Province e parti sociali si riunirà entro 60gg. dal presente accordo per concertare i modi con cui collegare efficacemente il sostegno al reddito dei disoccupati con le attività di formazione e, più in generale, i servizi per l'impiego con i programmi della formazione in alternanza e continua, compresa quella finanziata dall'accantonamento dello 0,30% del monte salari dei lavoratori dipendenti. In questo stesso ambito sarà esaminata la possibilità di uno specifico rimborso degli oneri derivanti dalla partecipazione ai corsi di formazione dei cittadini in stato di disoccupaz:one involontaria. Oggetto di verifica da parte del tavolo saranno, in particolare, i contenuti e l'entità delle misure finanziarie della riprogrammazione di metà percorso del Fondo sociale europeo (obiettivo 3 ed obiettivo I) nell'ambito del negoziato con la Commissione Europea che si svolgerà nel 2003;

f. la perdita del diritto al sussidio nel caso di rifiuto della formazione, di occupazione alternativa o di prestazione di lavoro irregolare.

Questa disciplina sostituirà, quindi, il vigente regime dell'indennità ordinaria di disoccupazione nei settori non agricoli, preservando l'attuale struttura dei requisiti ordinari di accesso. Rimarrà altresì inalterato il periodo di copertura relativo ai contributi "figurativi". Per quanto concerne i benefici concessi sulla base di "requisiti ridotti" appare opportuno un rafforzamento del principio di proporzionalità tra trattamenti e periodo di contribuzione connesso ad effettiva prestazione d'opera che adegui tale istituto alle regole sulla durata massima dei trattamenti sopra definita, anche allo scopo di promuovere l'emersione di lavoro irregolare e di evitare abusi e distorsioni che spesso disincentivano il ricorso a rapporti di lavoro a tempo indeterminato.

I rapporti di lavoro a termine partecipano dei benefici sulla base dei requisiti. Essi saranno, peraltro, monitorati per prevenire il prodursi di una condizione di cronica precarietà cui dovrà corrispondere una particolare tutela in termini di servizi reali. Le attuali collaborazioni coordinate e continuative saranno riformate in termini tali da ricondurle o a fattispecie di lavoro autonomo "a progetto" (incrementandone il prelievo contributivo) o a fattispecie di lavoro subordinato sulla base di criteri oggettivi; così ricollocate, esse parteciperanno delle diverse regole generali. Per quanto attiene all'avvio del secondo livello di tutela, integrativo e volontariamente promosso dalle parti sociali, verranno definite forme di incentivazione per i contributi delle imprese.

Nell'ambito del processo di rifonna saranno realizzate forme di contabilità separata per settore produttivo allo scopo di verificare un equilibrio ed un rapporto trasparente tra contribuzioni obbligatorie e prestazioni. Completata la razionalizzazione degli interventi del livello di base e comunque non prima del 10 gennaio 2004, sarà definita una contribuzione di equilibrio per ciascun settore nonche una contribuzione di solidarietà destinata al fmanziamento delle gestioni in disavanzo. Il livello di tale contribuzione di solidarietà a carico di ciascun settore sarà fissata anche proporzionalmente alla consistenza numerica degli assicurati. In ogni caso, l'apporto contributivo complessivo dei diversi settori non potrà essere superiore al livello massimo attuale. I settori produttivi, in particolare quelli che non usufruiscono di ammortizzatori sociali integrativi o sostitutivi dell'indennità di disoccupazione, potranno promuovere la gestione, attraverso accordi collettivi e mediante propri organismi bilaterali, di prestazioni integrative o sostitutive del livello di base. Tali settori potranno, sulla base degli accordi tra le parti, richiedere la gestione separata del livello di base, ferma restando la contribuzione di solidarietà. L'accordo definito il 20 maggio 2002 dalle organizzazioni maggiormente rappresentative delle aziende artigiane e dei loro dipendenti costituisce un utile riferimento per l'ulteriore negoziato tra le parti del settore.

6. Riordino degli incentivi
Il riordino degli incentivi sarà orientato prioritariamente alla promozione dei contratti a contenuto misto con certificazione dell'attività formativa da parte degli organismi bilaterali, al re inserimento dei disoccupati di lungo periodo, all'inclusione delle donne nel mercato del lavoro e, più in generale, all'incremento dell'occupazione nel Mezzogiorno.

7. Il sostegno al reddito di ultima istanza
Il sistema di sostegno al reddito verrà completato da uno strumento di ultima istanza, caratterizzato da elementi solidaristici e finanziato dalla fiscalità generale. La sperimentazione del reddito minimo di inserimento ha consentito di verificare l'impraticabilità di individuare attraverso la legge dello Stato soggetti aventi diritto ad entrare in questa rete di sicurezza sociale. Appare perciò preferibile realizzare il cofinanziamento, con una quota delle risorse del Fondo per le politiche sociali, di programmi regionali, approvati dall' amministrazione centrale, finalizzati a garantire un reddito essenziale ai cittadini non assistiti da altre misure di integrazione del reddito ed in condizioni di indigenza da non essere necessariamente risolvibili con l'inclusione nel mercato del lavoro. L 'amministrazione centrale avrà un ruolo di coordinamento e di controllo sull'andamento e sui risultati dei programmi medesimi. La prosecuzione dell'esperimento relativo al reddito minimo di inserimento dovrà essere coerente con le finalità sopra descritte e con gli obiettivi di contrasto dell'economia sommersa.

8. Il dialogo sociale
Il Governo conferma l'obiettivo dichiarato nel Libro Bianco di produrre, a completamento delle riforme in corso, uno Statuto dei Lavori che si configuri come un testo unico sulla legislazione del lavoro e a questo scopo istituisce una Commissione di alto profilo scientifico per predisporne i relativi materiali. Esso assume l'impegno di convocare entro l'anno le parti sociali per avviare il confronto che dovrà accompagnare tutto il processo di elaborazione e di decisione relativo a questo atto fondamentale. Il Governo e le parti sociali si impegnano a verificare congiuntamente i possibili contenuti di riforma del processo del lavoro allo scopo di dare ad esso tempi più certj nell'interesse dei datori di lavoro e dei lavoratori. Le parti sociali avvieranno altresì un confronto diretto finalizzato a produrre un avviso comune su forme condivise di conciliazione e arbitrato. Il Governo s'impegna a tradurre melle conseguenti iniziative di legge quelle intese per cui proporrà nel frattempo la sospensione dell'articolo 12 del DDL 848bis. Governo e parti sociali, inoltre, concordano di effettuare una ulteriore fase di confronto su temi del lavoro nel momento della redazione dei decreti legislativi conseguenti alle leggi delega

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da la Stampa 24 giugno 2002
Gli scioperi sono andati
 IL SUCCESSORE DI COFFERATI RISPONDE AL MINISTRO DEL WELFARE

 GUGLIELMO Epifani tra pochi giorni sarà il nuovo segretario della Cgil. Il ministro del Welfare Roberto Maroni si attende più di una novità dal successore di Cofferati, che definisce «un sindacalista vero, con il gusto della trattativa». Lui, a quanto pare, però sembra intenzionato a deludere le attese. E al ministro, che a Pontida ha detto che non si farà intimidire da «minacce e pallottole», replica: «Di queste affermazioni dovrà rispondere in tribunale. E restano in ogni caso affermazioni gravi e irresponsabili». La Cgil di Epifani non sembra affatto intenzionata a cambiare rotta quanto a linea sindacale. E soprattutto, guarderà con molta attenzione alle mosse che farà in politica - dalla Pirelli o da altre tribune - Sergio Cofferati.


Tutto sembra far pensare che ormai la Cgil sia schiacciata nell´angolo.

«Io dico di no. Maroni e il governo hanno vinto una battaglia che aveva l´obiettivo politico di isolare la Cgil, portare Cisl e Uil dalla parte del governo e consegnare alle imprese una riduzione dei diritti. Ma mai come oggi la Cgil ha un consenso crescente nel mondo del lavoro, e non solo. Siamo più forti».

Vuole dire che state occupando uno spazio politico?

«È diventata opinione comune che oggi la difesa dei diritti sia assicurata soprattutto dalla Cgil. Certo, sarebbe stato molto meglio se accanto a noi Cisl e Uil avessero confermato le posizioni unitariamente espresse con gli scioperi».

Se sarete tagliati fuori dai tavoli negoziali, come farete valere la vostra forza?

«Era il progetto indicato nel "Libro Bianco". Ma c'è un mondo virtuale e un mondo reale fatto di imprese e persone che non potrà fare a meno di fare i conti con una forza così radicata come la nostra».

Maroni dice che gli scioperi sono andati male, e ha chiesto dati per dimostrarlo.

«Se gli scioperi fossero andati davvero male, allora perché si preoccupa tanto di quel che dice e fa la Cgil? Maroni può facilmente verificare come sono andati gli scioperi: lo chieda ai leghisti di Bergamo. Avrà una risposta per lui sconfortante».

I giochi sembrano fatti, e i vostri scioperi hanno il sapore della pura testimonianza...

«I giochi forse si stanno facendo, ma il fatto è che la maggior parte dei lavoratori italiani non è d´accordo con le soluzioni che si stanno profilando. E hanno capito che se passa questa linea sono in discussione autonomia, libertà e dignità del mondo del lavoro. Se in condizioni apparentemente tanto difficili continua la lotta, significa che tutti i giochi non sono fatti».

Angeletti nega che i diritti siano intaccati: sull'art.18, spiega, quella del governo è la fotocopia della proposta D´Alema.

«Angeletti fa un po´ di confusione: come ha giustamente osservato il segretario della Fim Giorgio Caprioli, mettendo insieme le norme sul "trasferimento del ramo d´azienda" e la modifica all'art.18 si rischia di agevolare la nascita di nuove imprese che superano di molto i 15 dipendenti, senza tutele e con indennità di licenziamento irrisoria. Da qui a due anni si imporrà la scelta: tornare indietro o andare avanti, cancellando il diritto per tutti. Ha ragione D´Amato: una diga che viene crepata in un punto chiave alla fine si sgretola. Questo i lavoratori lo capiscono perfettamente, non facciamo nessuna fatica a spiegarlo».

Prevede problemi per Cisl e Uil?

«Vedo qualche difficoltà. In Cisl ci sono i meccanici e i bancari, in Uil esponenti importanti dicono che questo testo non può essere accettato, c´è una tendenza a prendere tempo. C'è difficoltà ad accettare uno scambio iniquo».

Forse, dopo tanti mesi di lotte, al sindacato non restava che accontentarsi di aver limitato i danni...

«Sapevamo che sarebbe stata una battaglia difficile. Ma i lavoratori sono contro questa scelta del governo».

Voi ricorrerete a un referendum, quando la norma diventerà legge?

«Faremo tutto, compreso un referendum abrogativo. E evidenzieremo anche un´eccezione di costituzionalità: in futuro due imprese di 20 dipendenti, una che cresce da 14 e una che già superava i 15 avranno trattamenti diversi e fortemente discriminatori per i lavoratori».

Perché non avete partecipato in queste settimane al negoziato, come Cisl e Uil?

«Perché non era una trattativa, ma una presa in giro. Gli incontri cui abbiamo partecipato erano solo parole in libertà, una consultazione informale che serviva per lasciare le mani libere al governo. Come poi è stato».

Sui rapporti con Cisl e Uil nulla da recriminare? Nessuna autocritica?

«Abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare. Pochi giorni prima della ripresa della trattativa abbiamo suggerito di varare una proposta unitaria sul Dpef. Se Cisl e Uil ci avessero ascoltato, ora ci troveremmo uniti e più forti, e il governo sarebbe in difficoltà».

I vostri militanti parlano di tradimento, di dirigenti di Cisl e Uil "venduti"...

«Tra i lavoratori c´è rabbia, ed è comprensibile. Le lotte, gli scioperi sono sacrifici che costano. La cosa peggiore è che non si è voluto dare fiducia alla forza unitaria del sindacato. È come se prima di una battaglia decisiva i generali si mettessero a discutere delle condizioni della resa».

E secondo lei, perché Pezzotta e Angeletti avrebbero agito così?

«Non lo so. Anche la ricerca di un'autonomia dalla Cgil non giustifica la subordinazione alle scelte del governo, e l'aver mancato a quello che anche Cisl e Uil avevano dichiarato nelle piazze. Spero cambino idea. È una scelta che porterà danni seri per Cisl e Uil, che pagheranno prezzi in termini di consenso e credibilità. Basta parlare con i lavoratori».

L'accordo ci sarà.

«La storia non finisce il 2 luglio. Se Cisl e Uil firmano, sbagliando, con un atto che fa a pugni con tutto quello che hanno fatto fino al 16 aprile, ci sarà una rottura molto pesante e duratura. Ma l'idea di mettere da parte chi rappresenta e rappresenterà sempre più la maggioranza dei lavoratori è un'idea antidemocratica, e che soprattutto non funziona».

La Cgil scatenerà una guerriglia salariale?

«Nessuna guerriglia. Useremo la nostra forza per attivare un'azione sindacale a tutto campo, sulla qualità dello sviluppo, sul salario, sull'orario».

Sull'art.18 sarà una sconfitta gloriosa.

«Non ci avviamo a nessuna sconfitta. Le iniziative che stiamo mettendo in campo, ne sono convinto, ci consentiranno di cambiare la situazione. L'articolo 18 è e resterà una bandiera».

Insomma, che Cgil sarà la Cgil di Epifani?

«Non sono stato ancora eletto. Io penso a una Cgil fortemente unita, in una battaglia che non è massimalista, ma a difesa di un principio alto. Sarà una Cgil con un forte e rigoroso carattere sindacale, che non venderà la sua autonomia nei confronti di nessun governo. Nessuno sconfinamento nella politica, altrimenti faremmo il gioco di chi non vuole più un vero sindacato in Italia. Ma quando parliamo di valori, di diritti, diciamo che un vero sindacato è anche un soggetto politico».

Sappiamo come la pensa Cofferati su quello che succede nel centrosinistra. Lei che idea si è fatto?

«Il centrosinistra è diviso su molte questioni di merito che non sono state mai discusse con trasparenza: il rapporto tra sviluppo ed equità, tra diritti e competitività. Noi possiamo contribuire al chiarimento, dicendo per le cose che ci competono come la pensa una parte importante del mondo del lavoro; il resto spetta alle forze politiche».

Sergio Cofferati sta sempre più precisando il suo progetto politico. Dice no alla modernizzazione cara a D'Alema, parla di globalizzazione, di pace, scende in campo con i magistrati.

«Cofferati rappresenta per moltissime persone una speranza. È una persona affidabile e seria, con una proposta politica molto chiara, in questa babele crescente. Poi, come questa forza possa essere impiegata non dipende solo da lui. Ma mi pare che Cofferati non possa essere imprigionato in giochi di vertice e tatticismi, cui si sottrae anche con la scelta di ritornare in Pirelli».

Non sarà facile succedergli alla guida della Cgil.

«La nostra forza sta nella coesione del gruppo dirigente allargato, dal segretario generale ai quadri di fabbrica. Un fattore di serenità e tranquillità. Dobbiamo continuare così».

E la sua storia di socialista, che nell'84 si schierò contro Lama sulla scala mobile?

«È un segno della ricchezza che percorre la Cgil: storie, scelte e culture si sono incontrate e mescolate, sempre con rispetto».

Lo stile di Cofferati è determinato, a volte rude. Si dice che lei sia più cauto, prudente. È così?

«Ognuno si esprime a seconda della sua personalità. Ma contano le scelte e i comportamenti, non i profili dei singoli».

In autunno verrà il momento dello sciopero generale?

«Se si attacca l'art.18, se ci sarà una Finanziaria iniqua, lo sciopero ci sarà. E a chi ci dice che gli scioperi non sono andati bene, rispondo: non è vero, e lo si vedrà nei prossimi giorni e a maggior ragione in autunno. Aspettate e vedrete».

Maroni attende invano un cambiamento di linea, dunque, con la segreteria Epifani.

«Non si capisce perché deve cambiare linea chi ha ragione. Deve cambiare chi ha torto. Il governo ha sbagliato e continua a sbagliare. Riceverà una boccata d'ossigeno dalle ultime decisioni europee sui conti pubblici, ma resto convinto che non è in grado di esprimere una politica di rigore. E tantomeno una di sviluppo».


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da la Repubblica 25 giugno 02

 

La Cgil: riforma incostituzionale. Raccolta di firme per referendum e proposte di legge. Querela anche per Alemanno.
 -Art.18, ricorso alla Consulta
 -Cofferati: "Barbarie le accuse di Maroni contro di me"
 -Offensiva contro la riforma del governo: subito ricorsi a raffica alla   magistratura
 
 
RICCARDO DE GENNARO

ROMA - Obiettivo cinque milioni di firme a sostegno di due referendum abrogativi e due proposte di legge d´iniziativa popolare. Il segretario generale della Cgil, Sergio Cofferati - che tra l´altro ha annunciato querele per diffamazione nei confronti dei ministri Maroni e Alemanno, accusandoli di aver introdotto «elementi di barbarie nelle relazioni sindacali» - va allo scontro totale e «pianifica» la strategia della confederazione perlomeno nei tre mesi successivi al suo addio al sindacato. Tra l´11 luglio, data dell´ultimo sciopero regionale, e il «primo autunno», periodo nel quale cadrà il già deciso sciopero generale, il suo successore, Guglielmo Epifani, dovrà farsi carico di tre «sfide», tre battaglie contro i provvedimenti del governo sul mercato del lavoro.
Quali? L´impugnazione davanti alla magistratura della deroga all´art.18 per arrivare a una pronuncia della Consulta sulla sua costituzionalità; la promozione di due referendum abrogativi dei ddl delega 848 e 848 bis, contenenti le norme di riforma del mercato del lavoro, una volta che i due provvedimenti saranno approvati dal Parlamento; il sostegno, infine, a due proposte di legge d´iniziativa popolare per l´estensione dell´art.18 ai lavoratori che non ne beneficiano «a cominciare dai parasubordinati» e per la riforma degli ammortizzatori sociali collegati con la formazione professionale.
Cofferati non ha dubbi: «La proposta del governo di modifica dell´articolo 18 ha evidenti tratti di incostituzionalità. La sua sospensione a chi sale sopra i 15 dipendenti provoca una differenziazione nel trattamento delle persone che lavorano e scatena una competizione tra imprese sul terreno dei diritti dei lavoratori». Di qui, quando la legge entrerà in vigore, il ricorso alla magistratura, che potrà rivolgersi alla Corte costituzionale per una pronuncia sulla legittimità della nuova norma in relazione all´articolo 3 della Costituzione. Quanto ai due referendum abrogativi e alle due proposte di legge d´iniziativa popolare, l´obiettivo della Cgil - dopo i tre milioni di persone portate in piazza a Roma il 23 marzo - è raccogliere cinque milioni di firme: «Pensiamo che chi è stato con noi in questi mesi - dice Cofferati, che peraltro difende l´autonomia delle iniziative Cgil rispetto a quelle che potrà assumere l´Ulivo - tornerà a sostenerci».
Ma veniamo alle querele. Le parole di Maroni, che ha collegato le dichiarazioni di Cofferati sul «patto scellerato» al rischio d´incolumità della sua persona, sono state giudicate dal leader della Cgil «gravi e infamanti». Così come la presa di posizione del ministro Alemanno, che nei giorni scorsi ha accusato la Cgil di «dichiarazioni quasi di sapore mafioso». Cofferati è durissimo: «È evidente il tentativo di introdurre nelle relazioni elementi di barbarie: cercano di infangare l´immagine della Cgil avanzando sospetti gravissimi». Per Cofferati, «siamo davanti a più di un segnale intimidatorio, come la decisione del ministro del Welfare di raccogliere dati sui nostri scioperi attraverso i carabinieri». Cofferati conferma, tuttavia, la presenza della Cgil ai «tavoli» su Mezzogiorno, Fisco e sommerso e all´incontro sul Dpef il 2 luglio.

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Berlusconi attacca solo Cofferati. Rutelli: "Inammissibile".

La Cgil giudica gravissime le parole del premier. E plaude a Rutelli

 Pisanu al posto di Scajola
di red

 Un quarto d'ora di intervento e ha provocato il caos. Tanto da costringere, ad un certo punto, Casini a sospendere la seduta e a convocare i capigruppo. Si sta parlando della seduta della Camera dedicata all'intricata vicenda Scajola.

 

Ma vediamo cos'è accaduto. Berlusconi, di ritorno dal Quirinale, ha esordito confermando quel che già tutti sapevano: che il ministro Scajola s'è dimesso, che Ciampi ha firmato il decreto di accettazione e che al suo, posto, al Viminale andrà Beppe Pisanu. Poi, il premier s'è voluto addentrare in alcune "riflessioni", così le ha chiamate. Ha ricordato la figura di Marco Biagi, sottolineandone il valore innovativo del suo Libro Bianco.

Qui ci sono stati i primi battibecchi. Perché Berlusconi ha saltato completamente la parte sulle scorte. Richiamato da un intervento del verde Cento, Berlusconi, fuori copione ha risposto così sull'argomento: "La procedura di sospensione delle scorte è stata avviata dalle Prefetture già durante il governo Amato. Non dico che è colpa del precedente governo, esattamente come non è colpa dell'attuale esecutivo".

Subito dopo, Berlusconi ha sferrato il suo attacco a Cofferati. Prima l'ha blandito con questa frase: "Alcune strumentalizzazioni malevole del suo nome" l'hanno fatto arrabbiare. Ma - ecco il punto - Cofferati "dovrebbe riflettere bene sulle lettere di Biagi", lui il segretario della Cgil che ha opposto lo scontro sociale alla modernizzazione voluta dal centro destra.

Aveva, insomma, appena iniziato il solito, becero elenco di recriminazioni quando dai banchi dell'opposizione nessuno se l'è più sentita di tacere. Enorme confusione in aula e così Casini ha deciso di sospendere la seduta.

La sospensione è durata dieci minuti. Poi è ripresa, dopo che Casini ha annunciato che, davanti a nuove "intemperanze", avrebbe bloccato la diretta televisiva. Cosa che il regolemento consente.

Berlusconi ha così ricominciato. Forse aggiungendolo all'ultimo momento - o forse no, non lo si saprà mai - il Presidente del Consiglio ha ricominciato spiegando che è "un'autentica sciocchezza" mettere sotto accusa la Cgil per l'assassinio Biagi. Ma concesso questo, ha ricominciato esattamente come prima. Individuando in una "vecchia cultura del conflitto" - così l'ha chiamata - nella dicotomia "traditore-leale", l'atmosfera nella quale gli animi si sono esasperati. Lui, invece, rivendica a sè, al suo governo l'impegno a realizzare l'"insgenamento" di Biagi. D'intesa con le "più avanzate parti sociali".

Dopo Cicchitto, capogruppo di Forza Italia, ha preso la parola Massimo D'Alema, a nome del gruppo dei diesse. Ha esordito contestando che le dimissioni di Scajola siano state ispirate da un "grande senso dello Stato", come le ha definite Berlusconi. E non sono proprio le parole che si potrebbero usare in queste occasioni: "Visto lo spettacolo pietoso, offerto in questi giorni". La battuta di Scajola, insomma, la sua battuta volgare "ha aperto una frattura tra istituzioni e paese" a cui Berlusconi "non è riuscito a rimediare".


E allora? Sottolineate le profonde contraddizioni del discorso del premier - che ha accusato la Cgil di fomentare lo scontro sociale, salvo poi ammettere che il sindacato non ha nulla a che fare col terrorismo - e sottolineato come l'invito ad abbassare i toni arrivi adesso, dopo che lo stesso Berlusconi aveva parlato di "regolamento di conti nella sinistra l'omicidio D'Antona", D'Alema ha assicurato che l'opposizione "darà il suo contributo perchè ci sia quel salto di qualità che permetta di sconfiggere il terrorismo. Perché ancora "non abbiamo adeguati strumenti per la lotta al terrorismo". E ha invitato il governo a cambiare rotta sugli apparati investigativi dello Stato.

Ma c'è di più. "In un anno se ne sono andati il ministro degli Esteri, degli Interni e un certo numero di sottosegretari e si ha la sensazione che questo governo sia un carrozzone che a ogni curva perde pezzi".

E lo stesso impegno a fare fronte comune contro il terrorismo è venuto anche da Rutelli. Che però ha ricordato come sia sempre e solo la maggioranza ad introdurre elementi di divisione. Di lacerazione, di polemica. Rintracciabili anche nel discorso di Berlusconi. Ed è venuta proprio dal leader della Margherita la difesa più convinta del della Cgil, del suo leader. "Milioni di lavoratori si sono mobilitati in questi mesi contro una legge che voleva e vuole introdurre facilità di licenziamento. Si sono mobilitati e si mobilitano contro il terrorismo che è prima di tutto il loro nemico".
Sulle scorte. Rutelli ha dato del "bugiardo" a Berlusconi, spiegandogli che la scorta a Biagi è stata negata dal suo governo. E ha invitato Pisanu a togliere il segreto sul rapporto dei servizi dedicato a questo argomento.

Alla fine, una battuta. "Ruggiero, Taormina, Sgarbi, Scajola. Io so già chi sarà il prossimo: Tremonti. I cui trucchi contabili oggi sono stati bocciati dall'Europa senza appelli".


La Cgil giudica gravissime le parole del premier. E plaude a Rutelli
di red.

 La Cgil, pesantemente messa sotto accusa da Berlusconi, "apprezza" l'intervento del leader della Margherita, Rutelli, durante il dibattito parlamentare. Lo scrive un'agenzia che non cita comunicati ma semplicemente "ambienti" di Corso d'Italia.

 

E il leader dell'Ulivo ha usato parole chiare nel condannare il discorso di Berlusconi. Tanto più nella parte in cui tenta di assimilare le battaglie sociali all'eversione. Un discorso, questo, che è stato duramente condannato dai dirigenti del sindacato.

Guglielmo Epifanil, per esempio, che a settembre prenderà il posto di Cofferati dice così: "Il discorso di Berlusconi contiene delle frasi inaccettabili e gravi per tutta la Cgil, i suoi quadri, i suoi militanti".

"Strumentalizzare, come si è fatto - ha continuato Epifani - una limpida e coerente posizione di critica sindacale sui contenuti delle politiche sociali e di riordino del mercato del lavoro, fatta in difesa dei diritti dei lavoratori, rappresenta una evidente falsificazione della verità, una inaccettabile riduzione della libertà di opinione e di critica, un ingiustificato attacco alla Cgil e al suo segretario generale. Si offende in questo modo il contributo dell'intera Cgil a difesa della democrazia, della lotta contro il terrorismo e della legalità repubblicana che vede e vedrà la Cgil sempre in campo. Con questo discorso il Presidente del Consiglio prosegue una intollerabile campagna contro la Cgil che fa seguito agli interventi dei suoi ministri e di esponenti del suo schieramento".

«La Cgil - conclude Epifani - proseguirà il suo impegno in difesa dei diritti dei lavoratori, forte del consenso e del mandato ricevuto, e proseguirà come sempre la sua azione in un corretto clima dei rapporti tra le parti sociali».

«Chi dice che bisogna abbassare i toni sono quei signori che hanno definito vacanzieri
i 3 milioni che sono venuti a Roma il 23 marzo». Lo ha detto il leader della Cgil, Sergio Cofferati, prima di essere informato del discorso di Berlusconi alla Camera sul quale non ha voluto esprimere commenti.
Riferendosi a coloro che chiedono di abbassare i toni, Cofferati ha detto: «Sono quelli che hanno accusato di violenza un'organizzazione che ha sempre combattuto a viso aperto il terrorismo. Sono state dette cose molto gravi e noi abbiamo replicato con un atteggiamento pacato e sereno nonostante gli attacchi portati alla classe dirigente del sindacato».
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segna

da la repubblica (27 marzo 2002)
IL COMMENTO

Il messaggio di guerra
del premier



di MASSIMO GIANNINI
 

"PIAZZA e pistole non ci fermeranno". Silvio Berlusconi ha scelto un modo originale, per ricucire il gravissimo strappo che si è aperto con Cgil, Cisl e Uil sul terrorismo e l'articolo 18. Doveva stemperare le polemiche, cercando di riprendere uno spiraglio al dialogo sulla riforma del mercato del lavoro. Doveva recidere una volta per tutte quel sottile e irresponsabile filo rosso che lui stesso, insieme ai suoi ministri Bossi e Martino, aveva teso in questi giorni tra le manifestazioni del sindacato e il piombo delle Br. Aveva organizzato un vertice di maggioranza, per correggere il tiro e definire i dettagli dell'operazione.

Aveva una cornice istituzionale autorevole e forte, nella quale inquadrare un'iniziativa politica ferma e coerente nei contenuti, ma finalmente rispettosa e distesa e nei toni. Gliel'aveva offerta il capo dello Stato, per l'ennesima volta, invitando "la maggioranza a governare nella dialettica e nel rispetto delle opposizioni".

Con una conferenza stampa inquietante, a metà strada tra il Far West e il Sudamerica, il Cavaliere ha fatto l'esatto contrario. Per dimostrare la sua buona volontà, ha negato l'accostamento tra sindacato e terrorismo: non c"è "collusione", e nessuno nel governo lo ha mai detto. Ha difeso Bossi, anche lui vittima delle solite "manipolazioni mediatiche della stampa comunista" (se è così, se ne deduce che i cosacchi hanno invaso ormai persino la Padania, sulla quale ieri mattina campeggiava la famigerata intervista al Senatur infarcita di insinuazioni e di veleni contro la Cgil).

Ha liquidato Martino, evidentemente uno di quei ministri le cui dichiarazioni "non contano niente" (se è così, ci si deve chiedere perché ha affidato un dicastero nevralgico come la Difesa a un signore che dice "i sindacati sono un pericolo per la democrazia").

Ma è bastato un attimo, e con uno scarto improvviso il premier ha cambiato registro. E ha cominciato, lui sì, a lanciare parole come pietre. Come già aveva fatto venerdì scorso, alla vigilia della manifestazione della Cgil al Circo Massimo, si è disinvoltamente riappropriato dell'ultimo martire dei terroristi: "Faremo la riforma Marco Biagi", ha detto. Cucendo addosso al giurista ucciso una modifica allo Statuto dei lavoratori che lui stesso condivideva solo in parte, nel merito e non nel metodo.

Ha irriso il sindacato confederale: "Erano meno di 700 mila" e sono venuti "in gita a Roma, con viaggio e vitto pagato". Meritando, dopo quella di Ciampi, anche una sconfessione da Marcello Pera, presidente del Senato, che ieri sera ha detto: "il governo deve rispettare l'opposizione sociale, legittima e utile per la democrazia". Ha lanciato un avvertimento diretto alla Cgil: "Non inviteremo alle trattative chi è pregiudizialmente contrario alle nostre proposte". Dimenticando che, in un sistema democratico, una trattativa serve esattamente a questo, e cioè a convincere chi non è d'accordo. Ha snocciolato i soliti sondaggi e riciclato le solite promesse: a fine anno creerà "un milione e mezzo di posti di lavoro" (il bottino lievita di 500 mila occupati rispetto agli impegni già disattesi del '94) e a fine settimana arriverà non la riduzione delle tasse, ma "l'annuncio della riduzione delle tasse" (chi si accontenta gode, ma confondere gli obiettivi con i risultati è un pessimo metodo di gestione aziendale).

Poi l'ultimo affondo, il più inquietante: "Siamo qui per cambiare il Paese, non per galleggiare... E non ci fermeranno né le piazze, né le pistole".
Il messaggio complessivo è grave e preoccupante. Conferma lo stravagante profilo psicologico e culturale dell'"uomo Berlusconi". Vuole conquistare e sedurre. E non tollera, perché sinceramente non le comprende, le obiezioni di chi gli sta di fronte. Soprattutto, il messaggio complessivo tradisce l'anomalia della visione del "politico Berlusconi".

Alterna un moderatismo di facciata e un estremismo di sostanza, senza soluzioni di continuità. Chi governa un Paese, con senso delle istituzioni, dovrebbe saper distinguere tra la fisiologia e la patologia del conflitto. Dovrebbe convincersi che "piazze e pistole" non possono essere associate da nessun denominatore comune. Dovrebbe rendersi conto che "piazze e pistole" non possono stare in un unico e indistinto calderone, che mescola insieme i capi sindacali, i leader della sinistra e qualche milione di italiani con gli assassini di Tarantelli, di D'Antona e di Biagi. Dovrebbe conoscere, per averlo praticato e vissuto, il gigantesco discrimine che separa "piazza e pistole".

Quel discrimine si chiama democrazia. E' la democrazia che legittima la piazza e condanna la pistola. In nome della democrazia, Berlusconi dovrebbe saper assumere su di sé una doppia responsabilità. La prima gliel'ha indicata ieri mattina il presidente della Repubblica, ricordando lo straordinario impegno etico-morale dell'Italia degli anni '70: è quella di chiamare a raccolta tutte le forze migliori di questo Paese, istituzioni e società civile, partiti di opposizione e sindacati, per combattere insieme la battaglia contro il terrorismo.

Che non è "un attacco personale" a Berlusconi, e a tutto ciò che lui rappresenta. Ma come gli hanno ricordato ieri i presidenti di Camera e Senato, è in primo luogo "un attacco allo Stato". La seconda è quella di portare avanti il suo programma di governo, evitando per quanto possibile la strategia del conflitto permanente in tutti i campi nei quali interviene. E rispettando chi dissente. Il leader della Cgil, in questi mesi, ha usato parole forti.

"Il governo torni sui suoi passi o il conflitto sociale sarà durissimo e definitivo". "Non ci fermeremo mai, useremo tutti gli strumenti di lotta a nostra disposizione finchè non avremo raggiunto i nostri obiettivi". Ma in nessun caso ha valicato i confini della dialettica sindacale. Ha sempre riconosciuto la legittimità democratica e la legittimazione politica di questo governo a fare le sue scelte. Ma ha rivendicato agli organismi intermedi della società civile (e quindi a sé stesso) il diritto di opporsi con gli strumenti consentiti dal contratto sociale. Compreso lo sciopero generale. Giusto o sbagliato nel merito. Comunque sacralizzato nel metodo, come diritto, sia dalla Costituzione, sia dalla Carta europea di Nizza.

E' assurdo criminalizzare il sindacato, che oggi torna in piazza e che il 16 aprile farà lo sciopero generale. E' il suo mestiere. Altro non può e non deve fare, se vuole difendere principi e istituti che considera intangibili. Ma qui si innesca un altro dubbio, sulla strategia del "politico Berlusconi". Con la sua vittoria alle elezioni del 13 maggio, è finito il tempo delle "supplenze" e della "concertazione asimmetrica". In Italia vive una democrazia bipolare, anche se rissosa e incompiuta. Fino agli anni '80 la spallata dei metalmeccanici faceva cadere i governi del proporzionale, nella fase consociativa della Prima Repubblica. Negli anni '90 il blocco Cgil-Cisl-Uil faceva arretrare i governi privi di base parlamentare del post-Tangentopoli, nella stagione anomala della concertazione asimmetrica. E condizionava le scelte di un governo di centrosinistra che vedeva proprio nel sindacato il suo principale "azionista di riferimento".

Oggi tutto questo non c'è più. Sulla carta, non esistono ostacoli all'azione di un governo votato da una maggioranza di centrodestra, netta nel Paese e ampia in Parlamento. Se vuole, Berlusconi può riscrivere come crede l[b4]articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Si tratta di capire se vuole farlo distruggendo gli "avversari", lacerando e logorando il Paese con uno stillicidio di macro e micro conflitti. Si tratta di capire se crede davvero che una grande democrazia si possa governare "contro": contro i comunisti, contro i magistrati, adesso anche contro il lavoro dipendente. Si tratta di capire se è davvero convinto che in Italia si possa fare a meno del consenso, o ci si possa accontentare di quello dell'ala più dura della Confindustria. Sotto questo profilo, la svolta di ieri non aiuta a svelare la vera strategia di questo governo. E non aiuta nemmeno a spiegare le vere alchimie di questa maggioranza, nella quale i professionisti della politica (e cioè i moderati di centro e quelli di Alleanza nazionale, finora i soli in grado di mantenere un profilo istituzionale accettabile) sembrano ostaggi in balìa delle pulsioni della Lega e dei falchi di Forza Italia.

Anche Margareth Thatcher, nel fuoco della battaglia con i minatori inglesi, negava alle Unions il tavolo della trattativa ad oltranza ripetendo "niente birra e panini a Downing Street". E' probabile che il Cavaliere sia persuaso di poter fare la stessa cosa. "Il dovere del governo è fare gli interessi del Paese", ha detto ieri. L'apologia della prova di forza, condotta con arrogante dilettantismo, per ora fa solo danni.
(27 marzo 2002)
 


da la Reppubblica 25 marzo 02

An e centristi attaccano Bossi e Martino
"Le loro sono dichiarazioni incomprensibili"


Alleati in pressing su Berlusconi
e il premier deve rettificare

Ma il leader della Lega insiste e rincara la dose:
"I terroristi sono figli delle proteste sindacali"


 

 ROMA - Le accuse dei ministri Bossi e Martino alla Cgil: "Siete ambigui con il terrorismo". La rabbia dei sindacati: "Smentite o non veniamo all'incontro di domani a Palazzo Chigi". L'imbarazzo di An e dei centristi che premono sul premier per cercare di raddrizzare una situazione che si è trasformata in un boomerang politico. Alla fine l'intervento di Silvio Berlusconi che prova a salvare i suoi ministri senza buttare a mare il tentativo di dialogo con le confederazioni. Un tentativo che si scontra con il "non basta" dei sindacati e con Umberto Bossi che, invece di seguire il presidente del consiglio, rincara la dose: "I terroristi sono figli di una esasperata protesta sindacale".

La giornata a palazzo Chigi inizia male. Le reazioni delle confederazioni alle dichiarazioni di Martino, Bossi e Sacconi sono durissime e Berlusconi si trova stretto fra i falchi della maggioranza e An e i centristi che invece premono per mettere una toppa allo strappo. E' An a dare il via al dissenso. "Ci sono esponenti del governo che si lasciano prendere da eccessi verbali contro i sindacati senza rendersi conto di danneggiare innanzitutto l'esecutivo" dice il portavoce del partito di Fini, Mario Landolfi. "Confidiamo che Berlusconi intervenga per riportare il confronto politico e sociale sul terreno liberale del rispetto delle persone e delle opinioni - invoca il presidente del Ccd, Marco Follini - occorre una grande misura di civiltà e di serenità: due valori che in alcune parole pronunciate da membri del governo sembrano essere del tutto dimenticate".

An, intanto esplicita la dissociazione. "Alleanza Nazionale - dice il portavoce del partito di Fini - non riesce a spiegarsi perché alla vigilia dell'incontro con le parti sociali ci siano esponenti del governo che si lasciano prendere da eccessi verbali contro i sindacati, senza rendersi conto di danneggiare innanzitutto l'esecutivo". Ed è a questo punto che arriva la chiamata in causa del premier: "Speriamo che Berlusconi possa far prevalere le ragioni del rispetto". Una vera e propria bacchettata quella che An riserva ai tre membri dell'esecutivo, nessuno dei quali milita nel partito di Fini.

La nota di Palazzo Chigi arriva alle 17. "Nell'invito rivolto a tutti a riprendere il confronto è chiara ed implicita la convinzione del governo che non esistono collusioni, ambiguità o contiguità del sindacato nei confronti del terrorismo". Silvio Berlusconi rompe il silenzio e prende timidamente le distanze dalle accuse di ambiguità con il terrorismo che i suoi ministri lanciato contro la Cgil. "Non basta", rispondono i sindacati che confermano la non partecipazione all'incontro previsto per domani. Al governo non resta che rinviare a data da destinarsi l'incontro.

A questo punto sia An, per bocca di Landolfi che i centristi dicono che i sindacati si possono accontentare mentre da Bruxelles Rocco Buttiglione afferma: "Non crediamo che la Casa delle Libertà debba perseguire una politica del risanamento del Paese che passa attraverso le rovine del sindacato". Sacconi prova a correggersi: "Abbiamo necessità di vigilare sulle anomalie che esistono sul territorio e questa vigilanza si può e si deve fare insieme con le parti sociali ed in primo luogo con i sindacati". Mentre Martino parla di "reazioni eccessive" e spiega di sapere che il sindacato e parte "fondamentale" di una democrazia, dice di no aver mai accusato i sindacati di collusione con i terroristi e di ritenere "pretestuosa" l'interruzione del dialogo decisa dai sindacati.

Ma il tentativo si svelenire il clima non riesce. Un primo segnale duro arriva da Renato Schifani capogruppo di Forza Italia al Senato che alle agenzie detta: "L'unico scopo della Cgil è quello di tentare di delegittimare il governo Berlusconi, voluto democraticamente dalla maggioranza degli italiani. Tutto questo è inaccettabile. Finché non cesserà questo atteggiamento, sarà la nostra democrazia a farne le spese. Ci auguriamo che si possano aprire nuovi ambiti di dialogo per continuare il percorso delle riforme che creeranno nuovi posti di lavoro. Riforme per le quali Marco Biagi è stato assassinato dai terroristi". Poi è ancora Bossi a far rialzare la temperatura con una nota in cui dice: "I terroristi sono i figli di un'esasperata protesta sindacale che ha raccontato un sacco di menzogne nelle fabbriche, sui giornali e alla televisione". Ed ancora: "Di certo c'è solo che questo terrorismo è di sinistra". Poche frasi che smontano di botto i tentativi di conciliazione messi in piedi dai centristi e dagli uomini di Fini.

(25 marzo 2002)

 

LA SCHEDA da la Repubblica (25 marzo 2002)

Le accuse al sindacato
di Bossi, Martino e Sacconi



 

ROMA - Il ministro della Difesa Antonio Martino, il ministro delle Riforme Umberto Bossi e il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi hanno rivolto tra ieri e oggi dalle pagine dei quotidiani accuse più o meno esplicite alla Cgil. Il sindacato, avvertono gli esponenti del governo, che mettono in relazione le dichiarazioni della Cgil sull'articolo 18 con il terrorismo, deve chiarire ogni sua ambiguità e deve abbandonare ogni intento politico che si nasconde dietro al confronto sociale.

ANTONIO MARTINO (ministro della Difesa)
Con la manifestazione di sabato la Cgil, afferma Martino su La Sicilia di ieri, ha voluto "mostrare i muscoli" ed esibire la sua "preoccupante potenza" "per ricordare alle istituzioni democratiche che non è loro consentito svolgere i compiti previsti dalla Costituzione e che sono stati loro assegnati dalla maggioranza degli elettori". Per Martino il sindacato ha mostrato di saper ben impiegare il denaro e di saper organizzare eventi di dimensioni imponenti, trasportando centinaia di migliaia di persone "a fior di miliardi ad applaudire Cofferati". Lo scopo è stato quello di alimentare la vanità del leader sindacale: "L'intera, gigantesca piazza era fatta soprattutto a beneficio di una sola persona, 'ad majorem Cofferatianam gloriam'", continua Martino. Il ministro si spinge oltre: partecipando alla manifestazione, la gente ha "inconsapevolmente" sostenuto la tesi degli assassini di Biagi: "Che la riforma del mercato del lavoro costituisce un tradimento dei diritti dei lavoratori". Martino non stabilisce collegamenti diretti tra manifestanti e terroristi, ma denuncia lo strapotere della Cgil e l'anomalia tutta italiana di un sindacato che vuole dettare le regole del gioco a governo e istituzioni: "La vera anomalia italiana - dice Martino - consiste nell'aver consentito la creazione di un potere sindacale smisurato sottratto a qualsiasi disciplina legislativa, dotato di risorse finanziarie ingenti, rispetto alle quali è immune dagli obblighi che valgono per tutti gli altri, che si pone come dichiarato obiettivo quello di impedire al Parlamento di fare leggi non di suo gradimento ed al Governo di esercitare il mandato ricevuto dagli elettori, governandolo".

UMBERTO BOSSI (ministro delle Riforme)
A dare un colore tutto politico alla manifestazione di sabato è anche il ministro delle Riforme Umberto Bossi, che sulle pagine del Messaggero di oggi non esita a definire la Cgil "un partito" e che attribuisce alla sinistra e al sindacato la responsabilità dell'assassinio di Biagi. Il vero fine di Cofferati, dice il leader della Lega, è quello di sostituirsi a D'Alema e Fassino, e finora "le sue bugie sono state l'alibi per il ritorno del terrorismo". "Cofferati - continua Bossi - ha visto che la sinistra stava giù senza un'idea e senza una bandiera, lui è andato in giro per le fabbriche a raccontare delle balle, come quella che licenziano i lavoratori. Questo ha portato al terrorismo. Peraltro a sinistra sono anche bravi, prima lo hanno ammazzato... e poi si sono appropriati del morto".

MAURIZIO SACCONI (sottosegretario al welfare)
Di ambiguità tra la Cgil e certe cellule anomale del mondo del lavoro parla oggi sulla Stampa anche il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi, che invita il sindacato a chiarire definitivamente la sua posizione. "La Cgil deve chiarire da che parte sta. Non servono parole per condannare il terrorismo, dai sindacati vogliamo fatti concreti": il sindacato deve porre un confine a sinistra, come fece Lama negli anni di piombo. Non basta una semplice condanna.
"L'omicidio di Marco Biagi - dice Sacconi - nasce nel mondo del lavoro, non è un universo così vasto quello dove bisogna cercare e i sindacati conoscono le nicchie anomale di questo sistema". "Vogliamo denunce, delazioni. Ci sono situazioni di confine, che hanno nomi e cognomi, che tutti conoscono", conclude Sacconi.

(25 marzo 2002)

 

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La Repubblica 6 luglio 02
Don Giovanni e Cisl-Uil sedotte abbandonate
 
EUGENIO SCALFARI
 
TUTTI i salmi finiscono in gloria ed anche la farsa delle resistenze negoziali di Cisl-Uil si è alla fine materializzata nella famosa firma, data per incerta fino all´ultimo minuto quando fin dall´inizio si sapeva certissima. L´intera vicenda che ha visto come protagonisti il Gatto e la Volpe, alias Pezzotta-Angeletti, mi ha fatto venire in mente il «vorrei e non vorrei, mi trema un poco il cuore» della Zerlina mozartiana che alla fine, prima di cedere alle seduzioni di Don Giovanni, si rassicura dicendo a se stessa: «Nelle mani son io d´un Cavaliere» .
Sembra scritta su misura di Cisl-Uil la cavatina di Da Ponte. Ma chi sarà il Commendatore, il convitato di pietra che porterà l´impenitente mentitore e seduttore Don Giovanni all´inferno? Questo resta ancora da vedere. Nel frattempo lasciamo i protagonisti di quest´opera buffa e tragica insieme ad esaltare i trionfi raggiunti ed esaminiamo da vicino la realtà vera di quanto è accaduto. Mi scuso fin d´ora con i lettori se dovrò affaticarli con qualche cifra di troppo, ma la realtà e la verità dei fatti in casi come questi è fatta anche di numeri. Cercherò d´essere il più chiaro possibile e mi affido alla loro vigile pazienza.

* * *
Che Cisl-Uil avessero fin dall´inizio deciso di accettare la deroga «di soglia» sopra i quindici addetti per quanto riguarda l´articolo 18 l´avevamo capito tutti da tempo, ma premeva conoscere quali contropartite avrebbero ricevuto in cambio. Se ne aspettavano – i solerti Pezzotta-Angeletti – molte e numerose. Enumero: la cancellazione della decontribuzione per i nuovi assunti a tempo indeterminato, che avrebbe messo a rischio l´intero monte pensioni, oppure il suo finanziamento a carico della fiscalità generale; un vasto e nuovo sistema di ammortizzatori sociali, a cominciare dall´aumento consistente dell´indennità di disoccupazione ma non soltanto; il primo modulo della riforma fiscale in favore dei redditi minori e di consistenti esenzioni per i redditi minimi; l´estensione dello Statuto dei lavoratori alle varie forme di contratti atipici che riguardano ormai molti milioni di dipendenti; la fissazione di parametri di indennizzo per quanto riguarda i lavoratori dipendenti sotto la soglia dei 15 addetti.
 
Questo era l´oggetto dello scambio atteso o almeno sperato. Che cosa è stato ottenuto?
Enumero:
1. La somma di 700 milioni di euro l´anno per finanziare l´intera gamma degli ammortizzatori, in realtà soltanto l´aumento dell´indennità di disoccupazione.
Quando la trattativa cominciò Cisl-Uil avevano fissato in 5 miliardi il costo dell´operazione. La distanza tra l´obiettivo sperato e quello raggiunto è enorme e fa pensare più ad una mancia che ad un risultato.
2. Della decontribuzione a carico della fiscalità non si parla ma neppure si parla dell´annullamento della decontribuzione. La questione sembra dunque rimasta così com´era all´inizio, cioè a carico dell´Inps e quindi del monte pensioni esistente.
3. I diritti da estendere agli atipici e ai dipendenti sotto la soglia non vengono menzionati se non per dire che sarà istituita una commissione di studio di «alto profilo». Nella scorsa legislatura il problema era stato risolto con una legge presentata dal centrosinistra e approvata da un solo ramo del Parlamento. Non c´è molto da studiare in proposito che già non sia stato studiato: bastava riprendere quella legge, eventualmente emendarla e ripresentarla alle Camere. Ma Confindustria ha puntato i piedi: commissione di studio di alto profilo; se ne parlerà a babbo morto.
4. Per la riforma fiscale le cose stanno così: la quota esente passa da 6.000 a 7.000 euro; il governo Amato aveva previsto di innalzarla a 9.000 euro (18 milioni di vecchie lire), il risultato è dunque meno della metà di quanto deciso dal precedente governo. Per la fascia di reddito compresa tra 7.000 e 10.000 euro resta l´aliquota Irpef del 18 per cento con alcune deduzioni per la fascia tra i 7.000 e i 9.000, quella cioè che Amato-Visco avevano programmato in totale esenzione. Per la fascia di reddito dai 10.000 ai 15.000 euro l´aliquota viene ridotta in un punto, da 24 a 23 per cento; tra i 15.000 e i 25.000 euro la riduzione passa dal 32 al 27 per cento. Conclusione: i redditi minimi ottengono meno di quanto sperato rispetto agli impegni del precedente governo; quelli appena superiori (tra i 15.000 e i 25.000 euro) un poco di più. E questa è definita dal presidente del Consiglio la più grande riforma mai fatta nel mondo.
Sono queste le contropartite di scambio. Dietro l´angolo c´è il taglio delle pensioni senza il quale Tremonti non potrà arrivare nemmeno al 2004.
* * *
Ma perché tanta avarizia? Qui bisogna fare un passo indietro, dal quale uscirà una verità che definirei sconvolgente: neppure queste concessioni addirittura insultanti per la loro esiguità sono promesse certe, ed ecco perché.
Un paio di mesi fa, alle prime prove tremontiane di «cartolarizzazione» di cespiti fiscali e patrimoniali dello Stato, tra le altre numerose critiche nel merito di quei provvedimenti mi fu facile prevedere che il comitato europeo di statistica e vigilanza contabile sulle operazioni degli Stati membri avrebbe bocciato i metodi scelti dal ministro per fare cassa e per portare gli introiti a diminuzione del disavanzo corrente. Il ministro in quell´occasione ebbe anche la bontà di rispondermi; mi diede dello sprovveduto incompetente e si disse certo che Eurostat avrebbe approvato le sue cartolarizzazioni. Anzi, arrivò a sostenere che le aveva già approvate in via preventiva.
Naturalmente non era vero. La risposta è arrivata da Bruxelles mercoledì scorso: le cartolarizzazioni tremontiane sono pure entrate di cassa equiparate all´accensione di altrettanti debiti garantiti dallo Stato; le banche danno soldi al Tesoro come farebbero con una qualunque operazione «swap»; solo che la fertile ingegnosità tremontiana aveva circondato questi swap da una serie di complicate architetture barocche allo scopo di farle passare per entrate vere e utilizzabili per ridurre il deficit corrente e quindi anche il rapporto disavanzo/Pil, significativo ai fini del patto di stabilità europeo.
L´incidente è grosso per la credibilità del ministro, ma lui non si scompone. Sostiene che Eurostat si sbaglia, minaccia di fare intervenire il Consiglio dei ministri europeo per mettere in riga i tecnocrati di Bruxelles e afferma soprattutto che la deliberazione di Eurostat non avrà alcuna conseguenza sulla politica finanziaria del governo poiché riguarda i conti del 2001 che ormai sono dietro le nostre spalle. Chi se ne frega (dice Tremonti) del 2001: sul 2002 ed anni seguenti, anzi, la censura di Eurostat produrrà effetti benefici poiché le entrate censurate diventeranno reali e impingueranno l´Erario.
È veramente un fenomeno il ministro Tremonti, al quale mi permetto di obiettare: 1. Se i paletti messi da Eurostat miglioreranno la situazione finanziaria del 2002 e seguenti, vuol dire che le operazioni a suo tempo da lui varate l´avevano peggiorata. 2. In realtà anche questo assunto è falso. 3. Non è vero che le modifiche imposte da Bruxelles alla contabilità del 2001 sono prive di conseguenze; il ministro del Tesoro se ne può anche infischiare del fatto che il disavanzo in termini di Pil è ora aumentato a 2,2 avvicinandosi alla linea rossa del 3 dalla quale scattano le sanzioni europee; ma non può invece infischiarsi di un effetto molto concreto prodotto da questa vicenda e cioè l´aumento del debito pubblico. I proventi erogati dalle banche nel 2001 sono debiti e hanno fatto aumentare il debito complessivo mentre la sua riduzione era stata fin qui uno degli obiettivi primari dei governi dal 1993 al 13 maggio del 2001. Ora la tendenza si è invertita e Tremonti vi ha dato una buona mano. Dobbiamo ringraziarlo per questo? Non direi. Confermo che è un fenomeno. Temo che ci stia portando verso una catastrofe finanziaria anche se sono ancora in pochi quelli che l´hanno capito.
***
Certo la credibilità del Fenomeno risulta oggi piuttosto incrinata e altrettanto accade per il suo Dpef che il Consiglio dei ministri ha appena approvato.
Il documento prevede un aumento del Pil nel 2003 del 2.9% e di altrettanto nel 2004. Ma chi ci crede? Le previsioni per il 2002 erano fino a ieri inchiodate al 2.3% e il rapporto disavanzo/Pil allo 0.5. Ma oggi le prime sono scese all´1.3 e il secondo è salito allo 0.8 (ma salirà ancora, statene certi). Chi ha preso un abbaglio di questa grandezza non merita fede sulle cifre dei prossimi tre anni, anche perché l´andamento del ciclo internazionale non fa affatto prevedere miglioramenti sostanziali e rapidi.
E poiché l´intera politica economica e sociale del governo si fonda su quelle cifre di base, ecco che il Dpef altro non risulta essere che l´ennesimo libro dei sogni che il governo Berlusconi diffonde dopo le promesse elettorali del 2001.
Vediamo più da vicino questo libro dei sogni.
Le entrate di competenza non sono splendide, direi che galleggiano a stento. Le prime notizie sull´autotassazione sono deludenti. Vedremo tra pochi giorni le cifre.
Le entrate di cassa vanno decisamente male; il semestre si chiude con un disavanzo di oltre 30 miliardi e passa di euro (60 mila di vecchie lire); di altrettanto aumenta il fabbisogno e quindi il debito necessario a finanziarlo, più il maggior debito (ex cartolarizzazione) ereditato dal 2001.
Ma sopravvengono nuove spese aggiuntive: i 700 milioni di euro per l´indennità di disoccupazione, le decontribuzioni per i nuovi assunti se verranno messe a carico della fiscalità generale; la copertura finanziaria dell´accordo firmato con i dipendenti dello Stato ma non ancora formalizzato nella contabilità pubblica; il primo modulo di riforma fiscale cui dovrà seguire quello ancora più consistente del 2004; i maggiori fondi necessari per la scuola e per la giustizia. Anche tralasciando queste due ultime voci (tuttavia essenziali della società italiana) il complesso delle altre qui indicate si colloca per il 2003 nell´ordine di grandezza di 11-12 miliardi di euro, diciamo 22 mila miliardi di vecchie lire, ai quali sono da aggiungere circa 9 mila miliardi di vecchie lire imputabili alla spesa sanitaria. Totale: 30 mila miliardi.
La copertura di questi esborsi aggiuntivi dovrebbe essere effettuata con tagli di spese correnti dei ministeri, provvedimenti sui farmaci e maggiori imposte regionali, vendita di immobili.
Dalla prima voce il Fenomeno si aspetta economie pari all´1% del Pil; se riuscirà ad ottenerne un terzo potrà aspirare ad un busto al Pincio, se arriverà alla metà si sarà meritato una statua equestre da vivo (per quanto posso sono pronto a contribuire). I provvedimenti previsti per la sanità dimezzeranno forse quei 9 mila miliardi. Se tutto andrà bene dunque, il Fenomeno avrà così rastrellato metà dei fondi necessari; gliene resterebbero ancora da coprire per altrettanto.
Il suo progetto era di ricavare dalle cartolarizzazioni 7.5 miliardi di euro ogni anno fino al 2004, ma ora non sarà più così. Dopo i paletti dell´Eurostat sarà grasso che cola se ne ricaverà 3.5 miliardi. Alla fine gli resterà uno scoperto di circa 4 miliardi di euro, 8 mila miliardi di vecchie lire, per il 2003 e parecchio di più per l´anno successivo.
Poiché il Fenomeno (e il Super-Fenomeno che sta sopra di lui) non vogliono sentir parlare di nuove e maggiori imposte (salvo quelle regionali che pure fanno parte della pressione fiscale complessiva) l´ammanco di almeno 4 miliardi comporterà la rinuncia ad alcuni impegni solennemente sanciti nel patto sociale firmato appena ieri a Palazzo Chigi con gran clamore di truppe e tamburi e nel Dpef approvato anch´esso ieri dal governo. Quattro miliardi di euro non sono poca cosa in un programma di impegni così stretto. Qualche cosa salterà. Che cosa? Il futuro è sul grembo del Fenomeno. Certo chi si fida di lui corre un bel rischio.
***
Tra quelli che si fidano ci sono evidentemente anche il Gatto e la Volpe i quali, per colmo di generosità, hanno anche accettato di inserire nel patto sociale la loro approvazione del Dpef. Hanno cioè trasformato un patto tra parti sociali in un patto politico con il governo che li porterà inevitabilmente in linea di collisione con tutto l´Ulivo, Margherita compresa.
Ma non era la Cgil a comportarsi come un soggetto politico e non sindacale? Ebbene, con l´approvazione del Dpef anche Cisl-Uil escono dall´alveo sindacale per entrare mani e piedi in quello politico. D´Antoni sarà contento, la sua lunga marcia verso il collateralismo a destra è stata finalmente premiata.
Tutto ciò, come diceva Marco Biagi a proposito di chi si schierava con Cofferati, mi sembra indecente. E altrettanto indecente è proclamare di farlo per onorare Biagi. Lasciateci almeno la libertà di piangere i morti senza usarli per santificare le furbizie dei vivi.

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da La Repubblica dell' 8 luglio 02
Cofferati: l' Ulivo sottovaluta l' accordo separato
Un attacco alla democrazia isolarci è la loro ossessione
 
Il leader della Cgil: siamo un soggetto da aggredire con ogni pretesto e ogni argomento l' intervista le minacce Chi mi accusa di aver usato toni minacciosi in questi mesi si è esibito in un florilegio di accuse infamanti verso intellettuali, magistrati e no global la firma E' grave il silenzio di chi ha firmato con l' esecutivo sulla norma che ci escludeva dal confronto futuro su materie di ordine generale l' opposizione Capisco il problema del rapporto con la Cisl, ma non si sfugge al giudizio di merito coscienza La mia è a posto. Esprimo giudizi duri ma sul merito, non contro le persone


MASSIMO GIANNINI

 

ROMA - Sergio Cofferati il suo no al patto per l' Italia costa caro alla Cgil. Maroni annuncia che sarete esclusi dalle prossime tappe del dialogo sociale sulle riforme. «Il cuore di tutto ciò che è successo mi pare chiarissimo. C' è in questo governo, almeno in una sua parte, una totale mancanza dell' idea di democrazia. E' un atto grave. Così come è grave il silenzio degli altri firmatari sulla norma che escludeva la Cgil dal confronto futuro su materie di ordine generale. Quello è un atto contro la democrazia sindacale. Dunque è un atto contro una parte della democrazia sostanziale. Se una parte del governo è pronto a commetterlo, è perché hanno un solo obiettivo: tagliare fuori, in ogni modo possibile, la Cgil» . Il ministro ha fatto una mezza retromarcia. «E' solo una mossa, smaccata e volgare, per rimediare alla gravità dell' atto che ha commesso. Siamo una vera e propria ossessione per loro. Siamo un soggetto da aggredire, con ogni pretesto e con ogni argomento. Cercano di isolarci. Del resto la teorizzazione dell' esclusione della Cgil era nella premessa al Libro bianco scritta proprio dal ministro Maroni. Ora stanno semplicemente rendendo esecutiva quella teorizzazione. E questo fornisce anche una chiave interpretativa di ciò che è successo nei giorni scorsi» . A cosa si riferisce? «Attribuirci responsabilità false e infamanti sul terrorismo e sulla violenza, indicarci come quelli che puntano allo scontro sociale e politico a tutti i costi. Questa è la loro ossessione, questi sono gli argomenti che usano per attaccarci in modo sistematico» . Berlusconi le imputa di fomentare in modo irresponsabile il conflitto sociale, e di aver usato toni minacciosi: «Patto scellerato», libro «limaccioso». E' vero o no? «Chi mi accusa di avere usato toni minacciosi, in questi mesi si è esibito in un florilegio di accuse infamanti verso intellettuali, magistrati, giovani pacifisti e no-global, girotondini e giornalisti. A nessuno è stata risparmiata un' aggressione. E soprattutto, questa aggressione si è materializzata nei nostri confronti. Credo che a questo tentativo occorra rispondere come abbiamo fatto in questi giorni: restando al merito, ma con fermezza e serenità. Ormai è diventata una sorta di rito caricaturale. Ogni volta che da parte nostra c' è una obiezione di merito la risposta è sempre la stessa: ci minacciate, oppure fate politica» . Il premier le ha chiesto in aula un «esame di coscienza». Lei è pronto a farlo? «La mia coscienza è a posto. Ho espresso in questi mesi giudizi molto duri su atti di governo che non ho condiviso e non condivido. Per consolidata abitudine mi sono sempre rivolto al merito dei provvedimenti, e non alle persone che li avevano attivati. Contrariamente a quello che sistematicamente dal governo si fa verso la Cgil e verso di me» . Veniamo al merito dei provvedimenti: il patto per l' Italia, appena firmato tra governo e patti sociali, secondo lei è davvero «scellerato»? «E' un pessimo accordo. Lontano mille miglia dalle vere esigenze di questo paese. Per tornare a crescere, l' economia italiana ha bisogno di obiettivi e politiche competitive alte. In quel testo, al contrario, non c' è l' economia della conoscenza, non ci sono i saperi, la scuola, la ricerca, l' innovazione. C' è solo la destrutturazione dei rapporti di lavoro, la flessibilità che diventa precariato e la negazione dei diritti delle persone» . Non le sembra di esagerare nel giudizio su un accordo che, semmai, va criticato per la portata assai modesta degli effetti che potrà generare? «L' enfasi e la propaganda li usa il governo, non io. Più lavoro, dice Berlusconi. A me sembra invece che quel patto indichi un quadro caratterizzato solo dalla incertezza di tutte le variabili, quelle di finanza pubblica e quelle macroeconomiche. Gli obiettivi sono esposti alle incognite dei duri giudizi dell' Unione europea, con ricadute molto nefaste sul debito pubblico» . Tremonti dice che c' è il più grande sgravio fiscale della storia repubblicana. «No, c' è l' accettazione implicita da parte dei firmatari del patto su una modifica del prelievo che è impressionante. Salta la progressività, il calo del gettito non copre il Welfare futuro. Premierà i più ricchi, mentre i più poveri non avranno più protezione sociale. Dal punto di vista fiscale, la manovra del governo altera i meccanismi redistributivi. I vantaggi sono tutti presunti, e non sono reali. Non c' è niente per pensionati e lavoratori». Ma arriveranno sconti fiscali per 5,5 miliardi di euro, e grossi benefici per i redditi fino a 25 mila euro. «Sono tutti gli sconti già previsti dai governi precedenti. Il nuovo governo li cancella, e al loro posto ne aggiunge altri, in misura minore, e con tabelle esemplificative del tutto prive di fondamento». Ci sono almeno i soldi per gli ammortizzatori sociali. «Già, i 700 milioni di euro. Quasi una cifra simbolica. E non c' è traccia di riforma. Aumenta solo l' indennità di disoccupazione. Non c' è nulla per le persone finora del tutto prive di diritti. Non c' è nulla per i giovani che non hanno tutele. Quell' accordo, a queste categorie, non parla. C' è solo un ridimensionamento visibile di atti collettivi e diritti individuali» . Pezzotta e Angeletti sostengono il contrario. «Sul piano strettamente sindacale sono ancora oggi convinto che non si possano scambiare un diritto con un vantaggio materiale. Ma a Cisl e Uil dico: cosa avete scambiato? Voi avete ceduto su un punto essenziale, per il quale avevate scioperato insieme a noi. Per ottenere che cosa? Nulla, non c' è nulla sull' altro piatto della bilancia» . Qualcosa evidentemente c' è, se no non firmavano. Non le pare? «A questo punto io pongo anche un problema di democrazia sindacale. Possibile che il patto sia sottratto al giudizio di lavoratori e pensionati italiani? Serve davvero un atto di democrazia compiuta, come facemmo nel '93, nel '95 e nel '97: ci vuole un voto della gente. Io dico ai firmatari del patto: sono pronto, andiamo insieme a sollecitare un referendum nei luoghi di lavoro, andiamoci oggi, come facemmo negli anni passati. Sottoponiamo gli accordi alla consultazione, nelle aziende e nelle fabbriche. Voglio l' applicazione completa dell' articolo 39 della Costituzione. Voglio la democrazia rappresentativa nei luoghi di lavoro. E nei prossimi mesi anche su questo daremo battaglia». Il patto l' hanno firmato trentanove sigle, tra cui alcune radicate a sinistra, come la Cna, la Confesercenti, le Cooperative. Stavolta la Cgil è isolata davvero. Non è una sconfitta per lei? «Per niente, la Cgil è sola, ma con qualche milione di persone intorno. Certo, se guardo alle sigle, noi siamo fuori. Ma gli scioperi e le manifestazioni di questi giorni dimostrano nel paese un consenso molto, molto vasto, che va ben oltre le nostre dimensioni associative. Tra i cittadini vinciamo, non c' è nessuna solitudine della Cgil. Nei prossimi giorni e nei prossimi mesi saremo in campo. Faremo le nostre proposte sull' estensione dei diritti e sul Welfare, sugli ammortizzatori sociali e sull' economia del sapere. Parteciperemo alla promozione del referendum abrogativo, nel momento in cui sarà legge la modifica dell' articolo 18. Raccoglieremo cinque milioni di firme per due proposte di legge di iniziativa popolare. Dimostreremo che c' è un consenso di massa, intorno alla nostra battaglia. Altro che isolamento...» . Anche la chiamata a raccolta dei leader del centrosinistra può essere letta come un segno di debolezza, oltreché di condizionamento politico. Lei non crede? «Non si tratta di una chiamata a raccolta. Abbiamo chiesto solo di incontrare i leader del centrosinistra per prospettare loro le nostre valutazioni sul quadro complessivo. Vogliamo spiegare cosa intendiamo fare. Le nostre lotte riguardano anche la politica, le leggi di iniziativa popolare che presenteremo avranno ricadute parlamentari. E' utile ragionarne insieme». Per Pezzotta e Angeletti questa è la prova del nove che lei ormai fa solo politica, e non più sindacato. «Nient' affatto. Io faccio sindacato. Ma le nostre azioni attivano necessariamente la politica. Sarebbe spocchia e autosufficienza non parlare con la politica. Che è chiamata ad esporsi e a pronunciarsi sulle nostre iniziative. Al contrario, l' unico vero atto politico che io ho visto in questi giorni riguarda proprio i firmatari del patto, che hanno sottoscritto il documento di programmazione economica senza conoscerlo. Lo accettano, facendone oggetto di un patto negoziale. Questo è il vero atto politico, che si configura come un oggettivo sostegno all' azione del governo. Questo è il vero atto che annulla l' autonomia del sindacato» . Ma a che titolo lei rimprovera all' Ulivo di non lottare abbastanza contro questi atti del governo? «Io non rimprovero nessuno. Dico solo che bisogna mettersi d' accordo. La critica è parte della funzione autonoma che io rappresento. L' Ulivo è chiamato oggettivamente a un giudizio di merito, al quale non potrà sottrarsi, sul patto e sul Dpef. Le faccio un esempio: i contenuti del patto in materia di articolo 18 sono contrari al piano presentato da Amato e Treu. Le conseguenze le tirino loro. Dicano chiaramente se hanno scherzato prima e se vogliono fare sul serio adesso. Dovranno votare il Dpef. E' un' aberrazione che la sua parte costitutiva sia quello che è stato ribattezzato il Patto per l' Italia». Eppure lei non risparmia le critiche al centrosinistra, proprio alla vigilia dell' incontro con i suoi leader. «Non ho difficoltà ad ammettere che nel centrosinistra vedo una sottovalutazione seria, che mi preoccupa, sugli effetti che quelle norme comportano rispetto alla forma della rappresentanza sociale» . D' Alema dice che l' accordo separato non è un dramma. E un attacco a lei? «Dire che l' accordo separato non è un dramma è un errore grave. Capisco la naturale propensione a non drammatizzare gli accordi separati. Ma in questo caso il medico pietoso è il peggiore. L' auspicio all' unità futura non autorizza nessuno a pensare che questa non sia una rottura drammatica. Ben diversa da quella dell' 84, quando si ruppe su uno specifico tema, tra organizzazioni che avevano una stessa idea della rappresentanza. Qui, invece, la rottura avviene tra formazioni che vogliono cambiare la natura del sindacato. Altro che riformismo. Io capisco quanto sia delicato il rapporto tra forze centriste e Cisl. Quello è un nervo oggettivo di sofferenza. Ma questo non può far sfuggire da un giudizio sul merito, che prima o poi tutto l' Ulivo dovrà dare» . Si arriverà al referendum sull' articolo 18. Voi cosa farete? «Noi ci faremo promotori, insieme alle altre forze, della raccolta di firme. Quando ci sarà la legge, chiederemo la mobilitazione di tutti coloro che ritengono questo un duro colpo ai diritti delle persone. Le forze politiche decideranno autonomamente, ma anche lì dovranno essere coerenti: trovo difficile che chi ha contrastato con noi le modifiche all' articolo 18 avanzate in questi mesi dal governo, non aiuti poi chi vuole concretamente impedire che quei danni si verifichino» .

 

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CGIL EMILIA ROMAGNA

COMUNICATO STAMPA

 

Dall’Emilia Romagna 850.000 firme per la petizione Cgil

“DUE NO al lavoro come merce, DUE SI ai diritti e tutele per tutti”

 

La Cgil dell’Emilia Romagna punta a raccogliere 850.000 firme in calce alla petizione lanciata dalla Cgil nazionale (obiettivo generale 5 milioni di firme) per dire NO alla modifica dell’art. 18 e alla precarizzazione del lavoro e per dire SI all’estensione dei diritti. Lo hanno annunciato questa mattina in una conferenza stampa il segretario generale Cgil regionale Danilo Barbi e il segretario organizzativo Vincenzo Colla.

La campagna di raccolta firme parte proprio in questi giorni, nonostante le ferie incombenti, approfittando di tutte le occasioni buone: nel territorio regionale i banchetti vengono allestiti nelle località turistiche, davanti alle discoteche, ai margini dei concerti, in tutte le feste popolari e politiche disponibili a dare ospitalità all’iniziativa, nei punti strategici delle città come stazioni, piazze, mercati, ospedali, centri commerciali; terminato il periodo feriale si intensificherà la raccolta nei luoghi di lavoro, scuole e università. Intanto è in partenza per un lungo giro in tutta Italia un Tir della Cgil nazionale con musica e megaschermo, per fare opera di informazione e raccogliere le firme: il 27 agosto il Tir sarà a Rimini e il 28 agosto al Lido delle Nazioni.

“Tu-togli-io-firmo” è scritto in rosso e nero in testa ai moduli per la raccolta: accanto al nome e cognome chi aderisce deve indicare data di nascita, indirizzo, documento di riconoscimento. In questo modo darà il proprio consenso in primo luogo ai futuri referendum abrogativi che la Cgil intende sostenere contro le modifiche all’art 18 e le altre misure comprese nella legge delega sul mercato del lavoro che aumentano a dismisura la precarietà (i due NO); in secondo luogo alle due proposte di iniziativa popolare che la Cgil sta predisponendo per estendere il sistema dei diritti e degli ammortizzatori sociali (i due SI).

“Ma la petizione della Cgil – ha sottolineato Danilo Barbi - è anche l’unica possibilità che avranno i lavoratori di esprimersi contro il “Patto per l’Italia” e l’accordo separato che lo sostiene. Anche in questo sta il valore di una straordinaria campagna di massa che da visibilità e continuità alla iniziativa dei mesi scorsi e contribuisce nel contempo a preparare lo sciopero generale che la Cgil ha già proclamato per l’autunno.”

Conclusione della campagna il 15 ottobre. 

UFFICIO STAMPA CGIL EMILIA ROMAGNA

Bologna, 29 luglio ’02

 

 

 

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