IL SEGRETARIO DELLA CGIL: SE
L´ESECUTIVO PROVERA´ A MODIFICARE L´ARTICOLO 18 SARA´ SCIOPERO
GENERALE IN TUTTO IL PAESE
Cofferati: «Francesco
spieghi se vuole difendere i diritti o no»
«Ha appena presentato un
progetto di nuovo statuto dei lavoratori in cui si dice che il
reintegro non si tocca. Poi però invita a trattare col governo»
BRUXELLES
L'ONOREVOLE Rutelli deve
mettersi d'accordo con se stesso: da una parte appoggia il codice
sui nuovi lavori presentato qualche giorno fa dall'Ulivo, dove si
parla dell'intangibilità dell'articolo 18 e dall'altra invita a
trattare con il governo". Sergio Cofferati, da Bruxelles rilancia
contro tutte le accuse piovute su di lui nelle ultime ore sia
dalla maggioranza che dall'opposizione. Nel teatro St. Michel, di
fronte a più di mille persone arrivate da varie parti del Belgio,
tra applausi e grida di sostegno, il segretario generale della
Cgil in un'intervista pubblica con cinque giornalisti italiani,
risponde punto per punto sull'articolo 18, sulla flessibilità,
sull'immigrazione, sull'Europa.
Francesco Rutelli ha ribadito che la funzione di un
sindacalista è di trattare, il premier Berlusconi l'ha chiamata
"ammazzasette". Come giudica tutte queste critiche?
«Dove ci sono buone ragioni io tratto. L'onorevole Rutelli
dice due cose insieme, sull'articolo 18 non si cede e bisogna
sedersi a negoziare. Mi stupisco che queste affermazioni vengano
dal leader dell'Ulivo, che qualche giorno fa ha presentato un
progetto di statuto dei nuovi lavoratori, che ribadisce
l'intangibilità dell'articolo 18. Ci dica Rutelli se intende
difendere questo progetto dell'Ulivo o se pensa di presentarne un
altro».
Ma lei così sta spaccando il fronte sindacale.
«La strada intrapresa dai miei colleghi è molto pericolosa.
Abbiamo sottoscritto un patto in cui promettiamo ai lavoratori lo
stralcio dalla delega al governo della modifica dell'articolo 18.
Se ci sediamo a un negoziato su questo tradiamo il motivo per cui
abbiamo chiesto ai lavoratori di scioperare. Sui diritti dei
lavoratori non c'è mediazione possibile. Io non ci sto. E
l'atteggiamento del governo è inquietante».
In che senso?
«Ripetono che non sono in gioco i diritti dei lavoratori di
oggi. E quelli dei nostri figli? Come si fa a pensare di
tranquillizzare le persone spostando il problema al futuro?
Tranquillizziamo i padri per minacciare i figli».
Ma l'Europa invita a una maggiore flessibilità nel mercato
del lavoro per rilanciare l'occupazione. Lei sembra un nemico
della flessibilità..
«L'Italia è già il paese che ha il massimo di flessibilità:
da noi ci sono tutti gli strumenti che esistono in Europa. Anzi,
in Italia di flessibilità ce n'è troppa. Certi strumenti
andrebbero aboliti. Mi riferisco a quei prepensionamenti che
piacciono tanto alle imprese e alla cosiddetta mobilità di lunga
durata che fa uscire dal mercato del lavoro anche persone di 47
anni, con un danno per gli istituti di previdenza che pagano
pensioni per il doppio degli anni fisiologicamente previsti e con
un danno per il sistema produttivo. Sia perché si perdono valide
professionalità, sia perché, in molti casi, queste vengono
assorbite dal mercato nero. In Italia la flessibilità viene usata
male».
L'Italia resta in Europa una roccaforte del reintegro?
«Il reintegro esiste in molti altri paesi, anche se
variamente modulato. In Spagna ci sarà uno sciopero generale il 20
giugno. Già non esiste il reintegro e adesso il premier Aznar sta
cercando di ridurre anche il risarcimento dopo un licenziamento.
Vedete la strada: c'è un tentativo in Europa di peggiorare le
riforme».
Quindi voi andate avanti con la linea dura?
«Certamente, manteniamo il calendario degli scioperi
regionali e qualora il governo presentasse un disegno di legge per
modicare l'articolo 18, faremo uno sciopero generale par tutto il
paese».
Siete pessimisti?
«Siamo realisti. Abbiamo un governo che dice di voler
realizzare gli obiettivi di Lisbona di maggiore competitività. Noi
condividemmo i risultati di Lisbona, due anni fa, così come il
governo D'Alema. Ora l'attuale governo lo riscopre, ma degli
obiettivi fissati dai capi di governo dei Quindici non c'è
traccia. Le priorità di Lisbona, per far diventare l'Europa
l'economia più competitiva del pianeta entro il 2010, sono
l'educazione, la formazione continua, la scuola. Da noi, a parte
ridurre i fondi per la scuola pubblica spostandoli a quella
privata, non si parla di niente».
Due giorni fa è stata approvata una legge sull'immigrazione?
Come la giudica?
«Pericolosa, non mi piace. Crea una discriminazione tra le
persone. Va contro i principi della dignità umana, sanciti, tra
l'altro nella Carta europea dei diritti dell'uomo. Prepararsi ad
accogliere stranieri, di cui abbiamo bisogno per le nostre
economie, non vuol dire costringerli ad alterare la propria
identità».
Il suo mandato scade il 29 giugno. Un finale nella bufera. La rottura
con Cisl e Uil. La strategia distruttiva del governo. L'apatia della
sinistra. Una follia dell'Ulivo. Il ticket con Prodi. Il rischio di
una Babele plurale. Ma ci sono tanti modi per fare politica...
di Giampaolo Pansa
Il suo mandato scade il
29 giugno. Un finale nella bufera. La rottura con Cisl e Uil.
La strategia distruttiva del governo. L'apatia della sinistra.
Una follia dell'Ulivo. Il ticket con Prodi. Il rischio di una
Babele plurale. Ma ci sono tanti modi per fare politica... In
bretelle e maniche di camicia, Sergio Cofferati ha l'aria
dell'uomo in pace con se stesso. Lo è per davvero? O nasconde
un tormento inevitabile, visto il frangente esistenziale in
cui si ritrova? A parte la bufera per l'articolo 18 (la Cgil
ha proclamato da sola un nuovo sciopero generale), fra tre
settimane, sabato 29 giugno, per il Cinese scadrà il mandato
di segretario generale della confederazione. E lui, così
giura, tornerà a fare l'impiegato alla Pirelli. Tuttavia,
neppure un pelo della barba tradisce nervosismo o trasmette
ansia. Certo: Cofferati, che piaccia o no, non è un leader
ansiogeno, come lo sono tanti capi della politica italiana.
Lui sorride: «Sa perché non trasmetto ansia? Perché io ho un
ego piccolo così».
Eppure, quando le ho chiesto questa intervista, lei ha
detto: mi preparo a un salto verso il nulla...
«Ho sbagliato parola. Un salto verso il buio, forse. Ma non è
neanche questo. Ho lasciato la Pirelli ventisei anni fa: una
vita! Ritornare a un impegno professionale privato non è il
nulla né il buio. È una dimensione che non conosco più. Il
lavoro che facevo è scomparso. E pure la fabbrica. Allora
diciamo un salto, un passo verso l'incognito o l'ignoto,
scelga lei».
È in apprensione per il suo futuro?
«No. Sono soltanto incuriosito di quello che mi capiterà. E
anche un po' preoccupato. Ma soltanto perché penso che sia
necessario essere sempre all'altezza del lavoro che si fa».
Immaginava un finale tanto rovente della sua segreteria
nella Cgil?
«Sì, ma non in questo modo. Avevo dei timori consistenti per
il cambiamento della situazione politica e nei rapporti con
gli altri sindacati. Così avevo deciso da tempo di restare qui
sino all'ultimo giorno».
Timori consistenti perché?
«Perché il centro-destra è andato al governo con un programma
che a me è sembrato subito foriero di inevitabili scontri e di
rotture sociali. Altro che vecchia Dc! L'ho detto al congresso
Ds di Pesaro, in novembre, lei c'era e mi ha sentito: la
miscela di liberismo e populismo farà danni rilevantissimi.
Temevo pure la divisione fra i sindacati, anche se ho sperato
sino all'ultimo che non ci fosse».
Adesso che lei se ne va, e in questo clima, che cosa
accadrà nella Cgil?
«Sostanzialmente nulla. La Cgil è un'organizzazione molto
grande e complessa. Ha il vantaggio di avere un quadro
dirigente, diciamo le cinquanta-sessanta persone con
responsabilità primarie, che è molto solido. Voi dei media non
lo vedete, perché vi occupate solo dei leader, ma c'è, stia
sicuro. Poi tutti i passaggi sono dolorosi, per chi va e per
chi assiste all'uscita. Ma ci sarà anche un guadagno per la
Cgil: quando sarò fuori, la polemica astiosa e continua del
centro-destra risulterà spuntata. E si smetterà di dire che la
Cgil fa quella certa politica perché il suo segretario ha mire
politiche».
Il suo successore, Guglielmo Epifani, avrà il problema di
liberarsi dell'ombra del Cinese...
«Ma no! È un problema che si risolverà in pochi giorni. È
sempre accaduto così. Purché chi esce non svolga un'attività
che ha a che fare con il sindacato. Ma glie l'ho già detto:
tornerò alla Pirelli».
Sarà davvero Epifani l'erede di Cofferati?
«Io devo proporre al direttivo, che è di 156 persone, il nome
del mio successore. Poi il direttivo decide. È una procedura
che va assolutamente rispettata. Dalla consultazione del
direttivo potrebbero anche uscire più nomi. Quando Bruno
Trentin lasciò, non disse: dopo di me viene Cofferati. Alla
fine, emersero due candidati: Alfiero Grandi e il
sottoscritto, che aveva la maggioranza. Poi Grandi decise di
ritirarsi. E in votazione, con voto segreto, venne messo solo
il mio nome. Ma io penso di avanzarla una proposta. Poi la
libertà di scelta del direttivo è fuori discussione. Però non
credo che ci saranno sorprese».
Il dopo Cofferati vedrà la Cgil alle prese con un pericolo
nuovo. Lei lo ha chiamato il sindacalismo bipolare: per metà
governativo, per metà all'opposizione.
«La politica non se n'è ancora accorta, ma è un rischio
gravissimo. Questo governo non vuole soltanto la rottura del
movimento sindacale, ma il suo mutamento genetico. Ha
cominciato col dire che la Cgil non è un sindacato, bensì una
forza politica: ridicolo! E finirà con lo spingere i
sindacati, quelli che si piegheranno, a ridurre la loro
attività di tutela dei lavoratori per diventare soprattutto
erogatori di servizi. Questo porterà a un sindacalismo
neo-corporativo, e sarà un disastro. Tutto ciò capita
nell'indifferenza della politica di sinistra».
Da dove deriva questa assenza di reazioni?
«Dal fatto che in Italia i partiti, a cominciare da quelli di
sinistra, pensano di essere l'origine di tutto, o il tutto e
basta. Nel modello socialdemocratico, il partito di sinistra
nasce dal movimento sindacale. Da noi, i partiti si credono
l'inizio del mondo! Se poi, come accade oggi, la politica
diventa asfittica, comincia ad aver paura della rappresentanza
sociale. E si crea il rapporto schizofrenico che abbiamo già
sotto gli occhi».
Nel frattempo, è riemersa la divisione tra i sindacati. Ha
qualcosa da rimproverarsi nel suo rapporto con la Cisl e la
Uil?
«Sinceramente no. Ho tenuto la sordina su tanti incidenti
piccoli e grandi. E ho fatto forza a me stesso per non
commentare atti che miravano ad accentuare le differenze fra
le confederazioni».
Però si sostiene che, sotto i governi dell'Ulivo, voi la
facevate da padroni rispetto agli altri sindacati.
«No, anzi, anzi... Nella legislatura del 1996, c'è sempre
stato un rapporto stretto tra la Cgil e le altre
confederazioni. E tra l'Ulivo e la Cisl e la Uil».
In quel tempo abbiamo scritto che Massimo D'Alema,
presidente del Consiglio, spingeva per un sindacato unico, ma
diretto da Sergio D'Antoni, leader della Cisl...
«Di questo parleremo quando sarò fuori dalla Cgil».
Oggi siamo agli schiaffoni. Il segretario della Uil, Luigi
Angeletti, il 3 giugno ha detto: «Cofferati è il miglior
alleato di Berlusconi, perché ha fatto una lotta accanita a
tutti i riformisti del centro-sinistra e dei Ds, a cominciare
da due presidenti del Consiglio».
«Mi guardo bene dal commentare affermazioni del genere, per
carità!»
Sempre Angeletti ha aggiunto di non credere che la rottura
di oggi peserà per degli anni sul movimento sindacale, perché
«quando in Cgil arriverà il nuovo gruppo dirigente, vorrà
riprendere il dialogo con noi».
«Ecco un tratto da vero signore!».
Qualche volta, anche lei, Cofferati, ha toppato nelle
previsioni. Il 16 marzo, a Genova, aveva affermato che il
governo Berlusconi non avrebbe potuto reggere all'impatto con
un fronte crescente che gli diceva: le tue politiche sono
sbagliate. Non mi pare che vada così....
«Certo, oggi non è così. Ma solo perché il fronte sindacale
non ha retto. Poi c'è anche una follia del centro-sinistra.
Qualche giorno fa, Francesco Rutelli ha detto che anche la
Cgil deve partecipare alle trattative con il governo sul
mercato del lavoro. Eppure l'Ulivo ha appena presentato un suo
Statuto dei nuovi lavori, fondato sull'intoccabilità dell'art.
18! Non si rendono conto che la trattativa con il governo fa
saltare un pilastro della loro proposta? E che nasce di qui il
rischio del bipolarismo sindacale?».
Tuttavia il centro-destra ha radici profonde nella società
italiana....
«Lo vedo anch'io. Però se avessimo tenuto il fronte tutti
insieme, le crepe nel governo si sarebbero allargate. Dopo
l'annuncio delle modifiche all'art. 18, il centro-destra è
stato costretto a fermarsi per sei mesi. Adesso ha un
vantaggio, ma solo perché Cisl e Uil hanno rinunciato a
insistere. È l'effetto di un meccanismo ad orologeria, montato
da tempo. Ed è un fatto molto grave, un'assurdità dal punto di
vista sindacale, vedere due confederazioni che risolvono
subito una trattativa a favore della parte avversa. Significa
che si è già scritta gran parte di quella trattativa. Ma la
Cgil continuerà anche da sola, non s'illudano».
Veniamo a quello che io credo sarà il suo avvenire
politico. Al congresso dei Ds, lei ha firmato la mozione del
Correntone. E oggi sembra convinto della necessità di una
sinistra plurale, che vada dalla Quercia a Rifondazione e ai
no-global di Agnoletto e Casarini. Non ha paura della Babele
plurale?
«Il pluralismo è una ricchezza, se si evita il proliferare di
soggetti che si distinguono solo per giustificare se stessi:
penso ai tre partiti trozkisti in Francia. Nella sinistra
italiana ci sono sempre state tre componenti: la riformista,
largamente maggioritaria, la massimalista e la radicale. Il
problema è tenerle insieme. È complicatissimo, ma ci si può
provare. Quelle tre aree hanno alcuni elementi comuni. Bisogna
valorizzarli. Soprattutto in vista di una competizione
elettorale. Del resto, è la democrazia bipolare che spinge ad
assemblarsi, non a dividersi».
Rimane sempre lo spettro della Babele programmatica....
«Il rischio c'è. Però si può evitare. Per esempio, quando la
sinistra va a un voto, dovrebbe tracciare un programma minimo
comune. Ripeto: minimo».
Con certi soggetti, anche questo è una quadratura del
cerchio. Il 4 giugno Fausto Bertinotti ha detto no al ritorno
di Prodi. E ha aggiunto di non capire che cosa significhi
un'accoppiata Prodi-Cofferati. Come risponde a Bertinotti?
«Non rispondo nulla».
Lo stesso giorno, e sempre sul ticket Prodi-Cofferati,
Berlusconi ha esternato così: «Sono assolutamente sereno. E
come diceva il mio dentista, ora io dico: avanti il prossimo!»
La sua risposta?
«Nulla, come sopra».
E Cofferati cosa dice di quel ticket?
«Dice che Cofferati torna a fare l'impiegato alla Pirelli. È
la scelta non solo la più giusta, ma la più efficace per la
Cgil, alla quale devo tutto. Voglio promuovere un nuovo gruppo
dirigente, dare spazio a compagni diversi, donne e uomini. E
poi il 2006, quando si tornerà a votare, è lontano anni luce».
Che Cofferati si tramuti in un impiegato di Tronchetti
Provera non ci crede nessuno.
«Non so che farci. E poi quel che mi succederà nel 2006 non lo
so, né posso saperlo. Ci sono una serie di incognite nel mio
futuro, questo lo so bene. Nessuno dei segretari che mi hanno
preceduto, Lama, Pizzinato, Trentin, ha dovuto affrontare un
problema come il mio. Ma sono ancora giovane, ho 54 anni. E se
voglio aiutare il ricambio e l'autonomia del sindacato, devo
inibirmi qualsiasi collocazione d'impegno politico».
E se le circostanze dovessero spingerla verso quell'impegno?
«Lo vedrò allora. Per adesso penso alla mia scelta. Tutt'al
più, se la Cgil lo vorrà, potrò fare il presidente della
Fondazione Di Vittorio, un organismo staccato e lontano».
E se i giornali venissero a cercarla anche alla Pirelli?
«Vorrà dire che parlerò con i giornali, se avrò delle cose
interessanti da offrirgli. Se non le ho, i giornali
smetteranno di cercarmi. Comunque, lei sa quanto me che la
politica si può fare in tanti modi diversi da quelli
conosciuti. Ci proverò...».
Tanto per saperlo, dopo giugno dove potremo trovarla?
«A parte il mio ufficio da impiegato, mi troverete alla
Fondazione Di Vittorio, a Roma, in via Gaetano Donizetti. Il
numero non me lo ricordo».
1) Art.10 (Delega al Governo in
materia di altre misure temporanee e sperimentali a sostegno della
occupazione regolare e della crescita dimensionale delle imprese)
1. Ai fini di sostegno della occupazione regolare e della crescita
dimensionale delle imprese, il Governo è delegato ad emanare in via
sperimentale uno o più decreti legislativi, entro il termine di un
anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, nel
rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:
a) ai fini della individuazione del campo di applicazione
dell'articolo 18 della Legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive
modificazioni, non computo nel numero dei dipendenti occupati dei
rapporti di lavoro a tempo indeterminato, anche se a tempo parziale,
o con contratto di formazione e lavoro, instaurati nell'arco di tre
anni dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi;
b) previsione di misure di monitoraggio coerenti con la natura
sperimentale del provvedimento;
c) previsione che decorsi ventiquattro mesi dalla data di entrata in
vigore dei decreti legislativi di cui al presente articolo il
Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali procederà a una
verifica, con le organizzazioni dei datori di lavoro e dei
lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale,
degli effetti sulle dimensioni delle imprese, sul mercato del lavoro
e sui livelli di occupazione nel frattempo determinatisi, al fine di
consentire al Governo di riferirne al Parlamento e valutare
l'opportunità della proroga della misura ovvero di altre iniziative
legislative a sostegno dell’occupazione regolare e della crescita
dimensionale delle imprese.
2) Lo Stato Sociale per il lavoro
Premessa
Lo Stato Sociale per il lavoro (Welfare to Work) comprende tutti gli
strumenti di protezione sociale che sono rivolti a incoraggiare il
cittadino nel suo inserimento o re inserimento nel mercato del
lavoro, allo scopo di conseguire gli obiettivi dei Consigli Europei
di Lisbona e di Barcellona.
Il Libro Bianco descrive come in Italia chi cerca un lavoro è nei
fatti lasciato a se stesso: inadeguatezza del livello culturale
medio della popolazione: il 20% della classe di età 15-65 anni
possiede solo la licenza elementare o non ha alcun titolo di studio
e meno del 38% possiede solo la licenza media; totale assenza dei
servizi di incontro tra domanda e offerta (solo il 4% dei rapporti
di lavoro passa oggi per il collocamento);
insufficienza e inefficacia diffusa della pur consistente spesa per
formazione anche a causa del carente monito raggio dei fabbisogni
del mercato del lavoro;
spesa sociale prossima alla media europea ma integrazioni al reddito
del disoccupato disomogenee e scollegate da diritti e doveri per il
re inserimento lavorativo. Inoltre, il Piano Nazionale per
l'Occupazione per il 2002, accogliendo le indicazioni dell'Unione
Europea, individua come azioni prioritarie delle politiche per
l'occupazione una più elevata preparazione culturale e professionale
dei giovani e degli adulti, in modo da renderne più agevole
l'ingresso e la permanenza nel mondo del lavoro, ribadendo il nesso
tra istruzione e formazione da un lato e inclusione sociale e
occupabilità dall'altro.
2. Servizi per l'incontro tra domanda e offerta di lavoro
Il Governo intende realizzare entro l'anno un diffuso sistema di
servizi pubblici e privati tra loro collegati da un sistema
informativo per il lavoro (Rete dei Servizi al Lavoro): riordino
delle regole del collocamento, mediante rafforzamento dell'anagrafe
del lavoratore, definizione dello stato di disoccupazione, dei modi
per acquisirlo e per perderlo, e dei connessi diritti e doveri
(colloquio di orientamento e proposta di formazione o di lavoro
entro tempi certi). Le misure sono contenute nel decreto legislativo
prossimo all'esame delParlamento;
diffusione dei servizi Qrivati e Qrivato-sociali. che potranno
svolgere, a determinate condizioni, tutte le tipo logie di servizio
al mercato del lavoro (incontro tra domanda e offerta, selezione,
ricollocazione, formazione, lavoro interinale, ecc.). Le misure sono
contenute nel DDL 848 che privilegia e incoraggia la gestione di
questi servizi anche a cura delle stesse parti sociali;
attivazione della Rete dei Servizi al lavoro. inclusa una "borsa"
continua del lavoro, collegando Ministero del Lavoro e delle
Politiche Sociali, enti previdenziali e servizi all'impiego nel
territorio (pubblici, privati e privato-sociali), sulla base di un
nuovo progetto atto a produrre una banca dati dei lavoratori attivi
ed in cerca di lavoro e coerente con le competenze delle Regioni.
3. L'educazione per I'occupabilità
L' arricchimento permanente delle risorse umane deve essere promosso
mediante la riforma dell'istruzione -fondata su una più elevata
preparazione culturale ed un più stretto rapporto tra scuola e
lavoro- ed un migliore coordinamento delle risorse pubbliche e
private per la formazione permanente, attraverso il negoziato e la
collaborazione tra Governo (Ministeri del Lavoro e dell'Istruzione),
Regioni, Province e parti sociali.
La riforma del sistema educativo deve produrre l'innalzamento del
diritto-dovere all'istruzione e alla formazione ad una durata di
almeno 12 anni, il potenziamento dell'alfabetizzazione informatica,
la possibilità ricorrente di alternare scuola e lavoro, la
comunicabilità tra percorsi scolastici e formativi. L'Istruzione e
Formazione Tecnica Superiore e l'Educazione degli Adulti hanno
dimostrato di essere strumenti validi per favorire l'occupabilità.
Pertanto, occorre superare il divario rispetto agli altri Paesi
dell'Unione Europea, potenziando il sistema dell'Istruzione e
Formazione Tecnica Superiore con l'obiettivo di corrispondere alle
richieste espresse dal mondo del lavoro. Ugualmente si pone quale
obiettivo prioritario l'acquisizione diffusa di un più alto livello
di competenze di base (linguistiche, matematiche, tecnologiche,
sociali), mediante iniziative di educazione permanente degli adulti
tali da soddisfare le richieste per 700.000 persone l'anno a partire
dal 2003. L 'educazione permanente degli adulti rappresenta infatti
uno strumento efficace per favorire l'occupabilità e l'adattabilità
delle risorse umane e professionali nonché l'inclusione sociale.
4. Gli obiettivi della riforma dei sostegni al reinserimento nel
lavoro
La riforma del sistema delle "tutele attive", necessariamente
graduale e a carattere pluriennale, ha l'obiettivo di incoraggiare e
assistere il lavoratore nel processo di re inserimento nel mercato
del lavoro. Si deve, pertanto, realizzare un circolo virtuoso tra
sostegno al reddito, orientamento e formazione professionale,
impiego e auto impiego che rafforzi così la tutela del lavoratore in
situazione di disoccupazione involontaria, ne riduca il periodo di
disoccupazione, ne incentivi un atteggiamento responsabile ed attivo
verso il lavoro. Questo nuovo sistema di "tutele attive"dovrà
assicurare:
una maggiore equità, attraverso una migliore corrispondenza tra
contribuzioni e prestazioni;
un miglioramento complessivo del grado di tutela economica garantita
al lavoratore disoccupato involontario, sia sotto il profilo della
misura dell'indennità sia della durata della corresponslone;
una stretta correlazione tra erogazione dei sussidi e diritti-doveri
del disoccupato, verificando periodicamente l'effettivo stato di
disoccupazione involontaria, l'immediata disponibilità e adesione ad
attività di formazione o a occupazioni alternative, prevedendo la
perdita di benefici in carenza di queste condizioni;
una tutela di ultima istanza legata a particolari condizioni di
disagio.
Le iniziative previste da questa riforma saranno coerenti con il
nuovo quadro istituzionale definito dal rinnovato Titolo V della
Costituzione.
Gli obiettivi finali della riforma dovranno garantire:
a) una protezione generalizzata ed omogenea dei disoccupati
involontari;
b) protezioni integrative, aggiuntive o sostitutive, liberamente
concordate fra le parti sociali ai più vari livelli, con prestazioni
gestite da organismi bilaterali di natura privatistica;
c) contenimento del costo del lavoro determinato dal prelievo
contributivo complessivamente connesso ai vari schemi di sostegno al
reddito nei limiti massimi attuali e dalla razionalizzazione dei
benefici garantiti dalla protezione di base: ciò anche allo scopo di
liberare risorse per il fmanziamento della protezione integrativa.
L 'assetto finale verrà conseguito con un graduale processo di
razionalizzazione e di riordino degli strumenti esistenti e
compatibilmente con le risorse finanziarie che si renderanno
disponibili.
5. Le prime misure
A questo fine un primo intervento consiste nella rapida attuazione,
con il concorso delle parti sociali, dei principi contenuti nel DDL
848 volti a razionalizzare gli istituti attuali, superando sprechi
ed inefficienze, e a collegare strettamente integrazioni al reddito,
servizi di orientamento, formazione come altre misure di inserimento
nel mercato del lavoro, anche attraverso gli organismi bilaterali,
valutando il possibile concorso di risorse derivanti dal Fondo
Sociale Europeo.
ContestuaImente, l'indennità di disoccupazione ordinaria connessa
agli attuali requisiti pieni sarà incrementata nella sua entità e
durata prevedendo :
a. indennità di base che garantisca un sostegno al reddito
complessivo per un periodo continuativo massimo di dodici mesi, con
un meccanismo a scalare che assicuri al lavoratore il 60%
dell'ultima retribuzione nei primi sei mesi, per poi scendere
gradualmente al 40% ed al 30% nei due successivi trimestri. A tal
fine, il Governo si impegna a garantire la necessaria copertura per
una spesa di almeno 700 milioni di euro per anno;
b. durata massima complessiva dei trattamenti di disoccupazione non
superiore ai 24 mesi (30 mesi nel Mezzogiorno );
c. controllo periodico sulla permanenza nello stato di
disoccupazione involontaria dei soggetti che percepiscono
l'indennità;
d. programmi formativi a frequenza obbligatoria per i soggetti che
percepiscono l’indennità, con la certificazione finale del risultato
ottenuto, nel quadro dei piani individuali concordati con i servizi
per l'impiego. In tale prospettiva potranno essere sperimentate a
livello provinciale prime forme di bilateralità che concorrano a
definire l'orientamento fonnativo;
e. un tavolo negoziale tra Governo, Regioni Province e parti sociali
si riunirà entro 60gg. dal presente accordo per concertare i modi
con cui collegare efficacemente il sostegno al reddito dei
disoccupati con le attività di formazione e, più in generale, i
servizi per l'impiego con i programmi della formazione in alternanza
e continua, compresa quella finanziata dall'accantonamento dello
0,30% del monte salari dei lavoratori dipendenti. In questo stesso
ambito sarà esaminata la possibilità di uno specifico rimborso degli
oneri derivanti dalla partecipazione ai corsi di formazione dei
cittadini in stato di disoccupaz:one involontaria. Oggetto di
verifica da parte del tavolo saranno, in particolare, i contenuti e
l'entità delle misure finanziarie della riprogrammazione di metà
percorso del Fondo sociale europeo (obiettivo 3 ed obiettivo I)
nell'ambito del negoziato con la Commissione Europea che si svolgerà
nel 2003;
f. la perdita del diritto al sussidio nel caso di rifiuto della
formazione, di occupazione alternativa o di prestazione di lavoro
irregolare.
Questa disciplina sostituirà, quindi, il vigente regime
dell'indennità ordinaria di disoccupazione nei settori non agricoli,
preservando l'attuale struttura dei requisiti ordinari di accesso.
Rimarrà altresì inalterato il periodo di copertura relativo ai
contributi "figurativi". Per quanto concerne i benefici concessi
sulla base di "requisiti ridotti" appare opportuno un rafforzamento
del principio di proporzionalità tra trattamenti e periodo di
contribuzione connesso ad effettiva prestazione d'opera che adegui
tale istituto alle regole sulla durata massima dei trattamenti sopra
definita, anche allo scopo di promuovere l'emersione di lavoro
irregolare e di evitare abusi e distorsioni che spesso
disincentivano il ricorso a rapporti di lavoro a tempo
indeterminato.
I rapporti di lavoro a termine partecipano dei benefici sulla base
dei requisiti. Essi saranno, peraltro, monitorati per prevenire il
prodursi di una condizione di cronica precarietà cui dovrà
corrispondere una particolare tutela in termini di servizi reali. Le
attuali collaborazioni coordinate e continuative saranno riformate
in termini tali da ricondurle o a fattispecie di lavoro autonomo "a
progetto" (incrementandone il prelievo contributivo) o a fattispecie
di lavoro subordinato sulla base di criteri oggettivi; così
ricollocate, esse parteciperanno delle diverse regole generali. Per
quanto attiene all'avvio del secondo livello di tutela, integrativo
e volontariamente promosso dalle parti sociali, verranno definite
forme di incentivazione per i contributi delle imprese.
Nell'ambito del processo di rifonna saranno realizzate forme di
contabilità separata per settore produttivo allo scopo di verificare
un equilibrio ed un rapporto trasparente tra contribuzioni
obbligatorie e prestazioni. Completata la razionalizzazione degli
interventi del livello di base e comunque non prima del 10 gennaio
2004, sarà definita una contribuzione di equilibrio per ciascun
settore nonche una contribuzione di solidarietà destinata al
fmanziamento delle gestioni in disavanzo. Il livello di tale
contribuzione di solidarietà a carico di ciascun settore sarà
fissata anche proporzionalmente alla consistenza numerica degli
assicurati. In ogni caso, l'apporto contributivo complessivo dei
diversi settori non potrà essere superiore al livello massimo
attuale. I settori produttivi, in particolare quelli che non
usufruiscono di ammortizzatori sociali integrativi o sostitutivi
dell'indennità di disoccupazione, potranno promuovere la gestione,
attraverso accordi collettivi e mediante propri organismi
bilaterali, di prestazioni integrative o sostitutive del livello di
base. Tali settori potranno, sulla base degli accordi tra le parti,
richiedere la gestione separata del livello di base, ferma restando
la contribuzione di solidarietà. L'accordo definito il 20 maggio
2002 dalle organizzazioni maggiormente rappresentative delle aziende
artigiane e dei loro dipendenti costituisce un utile riferimento per
l'ulteriore negoziato tra le parti del settore.
6. Riordino degli incentivi
Il riordino degli incentivi sarà orientato prioritariamente alla
promozione dei contratti a contenuto misto con certificazione
dell'attività formativa da parte degli organismi bilaterali, al re
inserimento dei disoccupati di lungo periodo, all'inclusione delle
donne nel mercato del lavoro e, più in generale, all'incremento
dell'occupazione nel Mezzogiorno.
7. Il sostegno al reddito di ultima istanza
Il sistema di sostegno al reddito verrà completato da uno strumento
di ultima istanza, caratterizzato da elementi solidaristici e
finanziato dalla fiscalità generale. La sperimentazione del reddito
minimo di inserimento ha consentito di verificare l'impraticabilità
di individuare attraverso la legge dello Stato soggetti aventi
diritto ad entrare in questa rete di sicurezza sociale. Appare
perciò preferibile realizzare il cofinanziamento, con una quota
delle risorse del Fondo per le politiche sociali, di programmi
regionali, approvati dall' amministrazione centrale, finalizzati a
garantire un reddito essenziale ai cittadini non assistiti da altre
misure di integrazione del reddito ed in condizioni di indigenza da
non essere necessariamente risolvibili con l'inclusione nel mercato
del lavoro. L 'amministrazione centrale avrà un ruolo di
coordinamento e di controllo sull'andamento e sui risultati dei
programmi medesimi. La prosecuzione dell'esperimento relativo al
reddito minimo di inserimento dovrà essere coerente con le finalità
sopra descritte e con gli obiettivi di contrasto dell'economia
sommersa.
8. Il dialogo sociale
Il Governo conferma l'obiettivo dichiarato nel Libro Bianco di
produrre, a completamento delle riforme in corso, uno Statuto dei
Lavori che si configuri come un testo unico sulla legislazione del
lavoro e a questo scopo istituisce una Commissione di alto profilo
scientifico per predisporne i relativi materiali. Esso assume
l'impegno di convocare entro l'anno le parti sociali per avviare il
confronto che dovrà accompagnare tutto il processo di elaborazione e
di decisione relativo a questo atto fondamentale. Il Governo e le
parti sociali si impegnano a verificare congiuntamente i possibili
contenuti di riforma del processo del lavoro allo scopo di dare ad
esso tempi più certj nell'interesse dei datori di lavoro e dei
lavoratori. Le parti sociali avvieranno altresì un confronto diretto
finalizzato a produrre un avviso comune su forme condivise di
conciliazione e arbitrato. Il Governo s'impegna a tradurre melle
conseguenti iniziative di legge quelle intese per cui proporrà nel
frattempo la sospensione dell'articolo 12 del DDL 848bis. Governo e
parti sociali, inoltre, concordano di effettuare una ulteriore fase
di confronto su temi del lavoro nel momento della redazione dei
decreti legislativi conseguenti alle leggi delega
IL SUCCESSORE DI COFFERATI RISPONDE AL MINISTRO DEL
WELFARE
GUGLIELMO Epifani tra pochi giorni sarà il
nuovo segretario della Cgil. Il ministro del Welfare Roberto Maroni si
attende più di una novità dal successore di Cofferati, che definisce
«un sindacalista vero, con il gusto della trattativa». Lui, a quanto
pare, però sembra intenzionato a deludere le attese. E al ministro,
che a Pontida ha detto che non si farà intimidire da «minacce e
pallottole», replica: «Di queste affermazioni dovrà rispondere in
tribunale. E restano in ogni caso affermazioni gravi e
irresponsabili». La Cgil di Epifani non sembra affatto intenzionata a
cambiare rotta quanto a linea sindacale. E soprattutto, guarderà con
molta attenzione alle mosse che farà in politica - dalla Pirelli o da
altre tribune - Sergio Cofferati.
Tutto sembra far pensare che ormai la Cgil sia schiacciata
nell´angolo.
«Io dico di no. Maroni e il governo hanno vinto una battaglia
che aveva l´obiettivo politico di isolare la Cgil, portare Cisl e Uil
dalla parte del governo e consegnare alle imprese una riduzione dei
diritti. Ma mai come oggi la Cgil ha un consenso crescente nel mondo
del lavoro, e non solo. Siamo più forti».
Vuole dire che state occupando uno spazio politico?
«È diventata opinione comune che oggi la difesa dei diritti sia
assicurata soprattutto dalla Cgil. Certo, sarebbe stato molto meglio
se accanto a noi Cisl e Uil avessero confermato le posizioni
unitariamente espresse con gli scioperi».
Se sarete tagliati fuori dai tavoli negoziali, come farete
valere la vostra forza?
«Era il progetto indicato nel "Libro Bianco". Ma c'è un mondo
virtuale e un mondo reale fatto di imprese e persone che non potrà
fare a meno di fare i conti con una forza così radicata come la
nostra».
Maroni dice che gli scioperi sono andati male, e ha chiesto
dati per dimostrarlo.
«Se gli scioperi fossero andati davvero male, allora perché si
preoccupa tanto di quel che dice e fa la Cgil? Maroni può facilmente
verificare come sono andati gli scioperi: lo chieda ai leghisti di
Bergamo. Avrà una risposta per lui sconfortante». I giochi sembrano fatti, e i vostri scioperi hanno il sapore
della pura testimonianza...
«I giochi forse si stanno facendo, ma il fatto è che la maggior
parte dei lavoratori italiani non è d´accordo con le soluzioni che si
stanno profilando. E hanno capito che se passa questa linea sono in
discussione autonomia, libertà e dignità del mondo del lavoro. Se in
condizioni apparentemente tanto difficili continua la lotta, significa
che tutti i giochi non sono fatti».
Angeletti nega che i diritti siano intaccati: sull'art.18,
spiega, quella del governo è la fotocopia della proposta D´Alema.
«Angeletti fa un po´ di confusione: come ha giustamente
osservato il segretario della Fim Giorgio Caprioli, mettendo insieme
le norme sul "trasferimento del ramo d´azienda" e la modifica all'art.18
si rischia di agevolare la nascita di nuove imprese che superano di
molto i 15 dipendenti, senza tutele e con indennità di licenziamento
irrisoria. Da qui a due anni si imporrà la scelta: tornare indietro o
andare avanti, cancellando il diritto per tutti. Ha ragione D´Amato:
una diga che viene crepata in un punto chiave alla fine si sgretola.
Questo i lavoratori lo capiscono perfettamente, non facciamo nessuna
fatica a spiegarlo».
Prevede problemi per Cisl e Uil?
«Vedo qualche difficoltà. In Cisl ci sono i meccanici e i
bancari, in Uil esponenti importanti dicono che questo testo non può
essere accettato, c´è una tendenza a prendere tempo. C'è difficoltà ad
accettare uno scambio iniquo».
Forse, dopo tanti mesi di lotte, al sindacato non restava
che accontentarsi di aver limitato i danni...
«Sapevamo che sarebbe stata una battaglia difficile. Ma i
lavoratori sono contro questa scelta del governo».
Voi ricorrerete a un referendum, quando la norma diventerà
legge?
«Faremo tutto, compreso un referendum abrogativo. E
evidenzieremo anche un´eccezione di costituzionalità: in futuro due
imprese di 20 dipendenti, una che cresce da 14 e una che già superava
i 15 avranno trattamenti diversi e fortemente discriminatori per i
lavoratori».
Perché non avete partecipato in queste settimane al
negoziato, come Cisl e Uil?
«Perché non era una trattativa, ma una presa in giro. Gli
incontri cui abbiamo partecipato erano solo parole in libertà, una
consultazione informale che serviva per lasciare le mani libere al
governo. Come poi è stato».
Sui rapporti con Cisl e Uil nulla da recriminare? Nessuna
autocritica?
«Abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare. Pochi giorni
prima della ripresa della trattativa abbiamo suggerito di varare una
proposta unitaria sul Dpef. Se Cisl e Uil ci avessero ascoltato, ora
ci troveremmo uniti e più forti, e il governo sarebbe in difficoltà».
I vostri militanti parlano di tradimento, di dirigenti di
Cisl e Uil "venduti"...
«Tra i lavoratori c´è rabbia, ed è comprensibile. Le lotte, gli
scioperi sono sacrifici che costano. La cosa peggiore è che non si è
voluto dare fiducia alla forza unitaria del sindacato. È come se prima
di una battaglia decisiva i generali si mettessero a discutere delle
condizioni della resa».
E secondo lei, perché Pezzotta e Angeletti avrebbero agito
così?
«Non lo so. Anche la ricerca di un'autonomia dalla Cgil non
giustifica la subordinazione alle scelte del governo, e l'aver mancato
a quello che anche Cisl e Uil avevano dichiarato nelle piazze. Spero
cambino idea. È una scelta che porterà danni seri per Cisl e Uil, che
pagheranno prezzi in termini di consenso e credibilità. Basta parlare
con i lavoratori».
L'accordo ci sarà.
«La storia non finisce il 2 luglio. Se Cisl e Uil firmano,
sbagliando, con un atto che fa a pugni con tutto quello che hanno
fatto fino al 16 aprile, ci sarà una rottura molto pesante e duratura.
Ma l'idea di mettere da parte chi rappresenta e rappresenterà sempre
più la maggioranza dei lavoratori è un'idea antidemocratica, e che
soprattutto non funziona».
La Cgil scatenerà una guerriglia salariale?
«Nessuna guerriglia. Useremo la nostra forza per attivare
un'azione sindacale a tutto campo, sulla qualità dello sviluppo, sul
salario, sull'orario».
Sull'art.18 sarà una sconfitta gloriosa.
«Non ci avviamo a nessuna sconfitta. Le iniziative che stiamo
mettendo in campo, ne sono convinto, ci consentiranno di cambiare la
situazione. L'articolo 18 è e resterà una bandiera». Insomma, che Cgil sarà la Cgil di Epifani?
«Non sono stato ancora eletto. Io penso a una Cgil fortemente
unita, in una battaglia che non è massimalista, ma a difesa di un
principio alto. Sarà una Cgil con un forte e rigoroso carattere
sindacale, che non venderà la sua autonomia nei confronti di nessun
governo. Nessuno sconfinamento nella politica, altrimenti faremmo il
gioco di chi non vuole più un vero sindacato in Italia. Ma quando
parliamo di valori, di diritti, diciamo che un vero sindacato è anche
un soggetto politico».
Sappiamo come la pensa Cofferati su quello che succede nel
centrosinistra. Lei che idea si è fatto?
«Il centrosinistra è diviso su molte questioni di merito che
non sono state mai discusse con trasparenza: il rapporto tra sviluppo
ed equità, tra diritti e competitività. Noi possiamo contribuire al
chiarimento, dicendo per le cose che ci competono come la pensa una
parte importante del mondo del lavoro; il resto spetta alle forze
politiche».
Sergio Cofferati sta sempre più precisando il suo progetto
politico. Dice no alla modernizzazione cara a D'Alema, parla di
globalizzazione, di pace, scende in campo con i magistrati.
«Cofferati rappresenta per moltissime persone una speranza. È
una persona affidabile e seria, con una proposta politica molto
chiara, in questa babele crescente. Poi, come questa forza possa
essere impiegata non dipende solo da lui. Ma mi pare che Cofferati non
possa essere imprigionato in giochi di vertice e tatticismi, cui si
sottrae anche con la scelta di ritornare in Pirelli». Non sarà facile succedergli alla guida della Cgil.
«La nostra forza sta nella coesione del gruppo dirigente
allargato, dal segretario generale ai quadri di fabbrica. Un fattore
di serenità e tranquillità. Dobbiamo continuare così». E la sua storia di socialista, che nell'84 si schierò contro
Lama sulla scala mobile?
«È un segno della ricchezza che percorre la Cgil: storie,
scelte e culture si sono incontrate e mescolate, sempre con rispetto».
Lo stile di Cofferati è determinato, a volte rude. Si dice
che lei sia più cauto, prudente. È così?
«Ognuno si esprime a seconda della sua personalità. Ma contano
le scelte e i comportamenti, non i profili dei singoli». In autunno verrà il momento dello sciopero generale?
«Se si attacca l'art.18, se ci sarà una Finanziaria iniqua, lo
sciopero ci sarà. E a chi ci dice che gli scioperi non sono andati
bene, rispondo: non è vero, e lo si vedrà nei prossimi giorni e a
maggior ragione in autunno. Aspettate e vedrete». Maroni attende invano un cambiamento di linea, dunque, con
la segreteria Epifani.
«Non si capisce perché deve cambiare linea chi ha ragione. Deve
cambiare chi ha torto. Il governo ha sbagliato e continua a sbagliare.
Riceverà una boccata d'ossigeno dalle ultime decisioni europee sui
conti pubblici, ma resto convinto che non è in grado di esprimere una
politica di rigore. E tantomeno una di sviluppo».
La Cgil: riforma incostituzionale. Raccolta di
firme per referendum e proposte di legge. Querela anche per Alemanno.
-Art.18, ricorso alla Consulta
-Cofferati: "Barbarie le accuse di Maroni
contro di me"
-Offensiva contro la riforma del governo: subito ricorsi a
raffica alla magistratura
RICCARDO DE GENNARO
ROMA - Obiettivo cinque milioni di firme a sostegno di
due referendum abrogativi e due proposte di legge d´iniziativa
popolare. Il segretario generale della Cgil, Sergio Cofferati - che
tra l´altro ha annunciato querele per diffamazione nei confronti dei
ministri Maroni e Alemanno, accusandoli di aver introdotto «elementi
di barbarie nelle relazioni sindacali» - va allo scontro totale e
«pianifica» la strategia della confederazione perlomeno nei tre mesi
successivi al suo addio al sindacato. Tra l´11 luglio, data dell´ultimo
sciopero regionale, e il «primo autunno», periodo nel quale cadrà il
già deciso sciopero generale, il suo successore, Guglielmo Epifani,
dovrà farsi carico di tre «sfide», tre battaglie contro i
provvedimenti del governo sul mercato del lavoro.
Quali? L´impugnazione davanti alla magistratura della deroga all´art.18
per arrivare a una pronuncia della Consulta sulla sua
costituzionalità; la promozione di due referendum abrogativi dei ddl
delega 848 e 848 bis, contenenti le norme di riforma del mercato del
lavoro, una volta che i due provvedimenti saranno approvati dal
Parlamento; il sostegno, infine, a due proposte di legge d´iniziativa
popolare per l´estensione dell´art.18 ai lavoratori che non ne
beneficiano «a cominciare dai parasubordinati» e per la riforma degli
ammortizzatori sociali collegati con la formazione professionale.
Cofferati non ha dubbi: «La proposta del governo di modifica dell´articolo
18 ha evidenti tratti di incostituzionalità. La sua sospensione a chi
sale sopra i 15 dipendenti provoca una differenziazione nel
trattamento delle persone che lavorano e scatena una competizione tra
imprese sul terreno dei diritti dei lavoratori». Di qui, quando la
legge entrerà in vigore, il ricorso alla magistratura, che potrà
rivolgersi alla Corte costituzionale per una pronuncia sulla
legittimità della nuova norma in relazione all´articolo 3 della
Costituzione. Quanto ai due referendum abrogativi e alle due proposte
di legge d´iniziativa popolare, l´obiettivo della Cgil - dopo i tre
milioni di persone portate in piazza a Roma il 23 marzo - è
raccogliere cinque milioni di firme: «Pensiamo che chi è stato con noi
in questi mesi - dice Cofferati, che peraltro difende l´autonomia
delle iniziative Cgil rispetto a quelle che potrà assumere l´Ulivo -
tornerà a sostenerci».
Ma veniamo alle querele. Le parole di Maroni, che ha collegato le
dichiarazioni di Cofferati sul «patto scellerato» al rischio
d´incolumità della sua persona, sono state giudicate dal leader della
Cgil «gravi e infamanti». Così come la presa di posizione del ministro
Alemanno, che nei giorni scorsi ha accusato la Cgil di «dichiarazioni
quasi di sapore mafioso». Cofferati è durissimo: «È evidente il
tentativo di introdurre nelle relazioni elementi di barbarie: cercano
di infangare l´immagine della Cgil avanzando sospetti gravissimi». Per
Cofferati, «siamo davanti a più di un segnale intimidatorio, come la
decisione del ministro del Welfare di raccogliere dati sui nostri
scioperi attraverso i carabinieri». Cofferati conferma, tuttavia, la
presenza della Cgil ai «tavoli» su Mezzogiorno, Fisco e sommerso e all´incontro
sul Dpef il 2 luglio.
Un quarto d'ora di intervento e ha
provocato il caos. Tanto da costringere, ad un certo punto,
Casini a sospendere la seduta e a convocare i capigruppo. Si sta
parlando della seduta della Camera dedicata all'intricata
vicenda Scajola.
Ma vediamo cos'è accaduto. Berlusconi, di ritorno dal
Quirinale, ha esordito confermando quel che già tutti sapevano:
che il ministro Scajola s'è dimesso, che Ciampi ha firmato il
decreto di accettazione e che al suo, posto, al Viminale andrà
Beppe Pisanu. Poi, il premier s'è voluto addentrare in alcune
"riflessioni", così le ha chiamate. Ha ricordato la figura di
Marco Biagi, sottolineandone il valore innovativo del suo Libro
Bianco.
Qui ci sono stati i primi battibecchi. Perché Berlusconi ha
saltato completamente la parte sulle scorte. Richiamato da un
intervento del verde Cento, Berlusconi, fuori copione ha
risposto così sull'argomento: "La procedura di sospensione delle
scorte è stata avviata dalle Prefetture già durante il governo
Amato. Non dico che è colpa del precedente governo, esattamente
come non è colpa dell'attuale esecutivo".
Subito dopo, Berlusconi ha sferrato il suo attacco a
Cofferati. Prima l'ha blandito con questa frase: "Alcune
strumentalizzazioni malevole del suo nome" l'hanno fatto
arrabbiare. Ma - ecco il punto - Cofferati "dovrebbe riflettere
bene sulle lettere di Biagi", lui il segretario della Cgil che
ha opposto lo scontro sociale alla modernizzazione voluta dal
centro destra.
Aveva, insomma, appena iniziato il solito, becero elenco di
recriminazioni quando dai banchi dell'opposizione nessuno se l'è
più sentita di tacere. Enorme confusione in aula e così Casini
ha deciso di sospendere la seduta.
La sospensione è durata dieci minuti. Poi è ripresa, dopo che
Casini ha annunciato che, davanti a nuove "intemperanze",
avrebbe bloccato la diretta televisiva. Cosa che il regolemento
consente.
Berlusconi ha così ricominciato. Forse aggiungendolo
all'ultimo momento - o forse no, non lo si saprà mai - il
Presidente del Consiglio ha ricominciato spiegando che è
"un'autentica sciocchezza" mettere sotto accusa la Cgil per
l'assassinio Biagi. Ma concesso questo, ha ricominciato
esattamente come prima. Individuando in una "vecchia cultura del
conflitto" - così l'ha chiamata - nella dicotomia
"traditore-leale", l'atmosfera nella quale gli animi si sono
esasperati. Lui, invece, rivendica a sè, al suo governo
l'impegno a realizzare l'"insgenamento" di Biagi. D'intesa con
le "più avanzate parti sociali".
Dopo Cicchitto, capogruppo di Forza Italia, ha preso la
parola Massimo D'Alema, a nome del gruppo dei diesse. Ha
esordito contestando che le dimissioni di Scajola siano state
ispirate da un "grande senso dello Stato", come le ha definite
Berlusconi. E non sono proprio le parole che si potrebbero usare
in queste occasioni: "Visto lo spettacolo pietoso, offerto in
questi giorni". La battuta di Scajola, insomma, la sua battuta
volgare "ha aperto una frattura tra istituzioni e paese" a cui
Berlusconi "non è riuscito a rimediare".
E allora? Sottolineate le profonde contraddizioni del discorso
del premier - che ha accusato la Cgil di fomentare lo scontro
sociale, salvo poi ammettere che il sindacato non ha nulla a che
fare col terrorismo - e sottolineato come l'invito ad abbassare
i toni arrivi adesso, dopo che lo stesso Berlusconi aveva
parlato di "regolamento di conti nella sinistra l'omicidio
D'Antona", D'Alema ha assicurato che l'opposizione "darà il suo
contributo perchè ci sia quel salto di qualità che permetta di
sconfiggere il terrorismo. Perché ancora "non abbiamo adeguati
strumenti per la lotta al terrorismo". E ha invitato il governo
a cambiare rotta sugli apparati investigativi dello Stato.
Ma c'è di più. "In un anno se ne sono andati il ministro
degli Esteri, degli Interni e un certo numero di sottosegretari
e si ha la sensazione che questo governo sia un carrozzone che a
ogni curva perde pezzi".
E lo stesso impegno a fare fronte comune contro il terrorismo
è venuto anche da Rutelli. Che però ha ricordato come sia sempre
e solo la maggioranza ad introdurre elementi di divisione. Di
lacerazione, di polemica. Rintracciabili anche nel discorso di
Berlusconi. Ed è venuta proprio dal leader della Margherita la
difesa più convinta del della Cgil, del suo leader. "Milioni di
lavoratori si sono mobilitati in questi mesi contro una legge
che voleva e vuole introdurre facilità di licenziamento. Si sono
mobilitati e si mobilitano contro il terrorismo che è prima di
tutto il loro nemico".
Sulle scorte. Rutelli ha dato del "bugiardo" a Berlusconi,
spiegandogli che la scorta a Biagi è stata negata dal suo
governo. E ha invitato Pisanu a togliere il segreto sul rapporto
dei servizi dedicato a questo argomento.
Alla fine, una battuta. "Ruggiero, Taormina, Sgarbi, Scajola.
Io so già chi sarà il prossimo: Tremonti. I cui trucchi
contabili oggi sono stati bocciati dall'Europa senza appelli".
La
Cgil giudica gravissime le parole del premier. E
plaude a Rutelli di red.
La Cgil, pesantemente messa
sotto accusa da Berlusconi, "apprezza" l'intervento
del leader della Margherita, Rutelli, durante il
dibattito parlamentare. Lo scrive un'agenzia che non
cita comunicati ma semplicemente "ambienti" di Corso
d'Italia.
E il leader dell'Ulivo ha usato parole chiare nel
condannare il discorso di Berlusconi. Tanto più nella
parte in cui tenta di assimilare le battaglie sociali
all'eversione. Un discorso, questo, che è stato
duramente condannato dai dirigenti del sindacato.
Guglielmo Epifanil, per esempio, che a settembre
prenderà il posto di Cofferati dice così: "Il discorso
di Berlusconi contiene delle frasi inaccettabili e
gravi per tutta la Cgil, i suoi quadri, i suoi
militanti".
"Strumentalizzare, come si è fatto - ha continuato
Epifani - una limpida e coerente posizione di critica
sindacale sui contenuti delle politiche sociali e di
riordino del mercato del lavoro, fatta in difesa dei
diritti dei lavoratori, rappresenta una evidente
falsificazione della verità, una inaccettabile
riduzione della libertà di opinione e di critica, un
ingiustificato attacco alla Cgil e al suo segretario
generale. Si offende in questo modo il contributo
dell'intera Cgil a difesa della democrazia, della
lotta contro il terrorismo e della legalità
repubblicana che vede e vedrà la Cgil sempre in campo.
Con questo discorso il Presidente del Consiglio
prosegue una intollerabile campagna contro la Cgil che
fa seguito agli interventi dei suoi ministri e di
esponenti del suo schieramento".
«La Cgil - conclude Epifani - proseguirà il suo
impegno in difesa dei diritti dei lavoratori, forte
del consenso e del mandato ricevuto, e proseguirà come
sempre la sua azione in un corretto clima dei rapporti
tra le parti sociali».
«Chi dice che bisogna abbassare i toni sono quei
signori che hanno definito vacanzieri
i 3 milioni che sono venuti a Roma il 23 marzo». Lo ha
detto il leader della Cgil, Sergio Cofferati, prima di
essere informato del discorso di Berlusconi alla
Camera sul quale non ha voluto esprimere commenti.
Riferendosi a coloro che chiedono di abbassare i toni,
Cofferati ha detto: «Sono quelli che hanno accusato di
violenza un'organizzazione che ha sempre combattuto a
viso aperto il terrorismo. Sono state dette cose molto
gravi e noi abbiamo replicato con un atteggiamento
pacato e sereno nonostante gli attacchi portati alla
classe dirigente del sindacato». Torna alla pagina sull'accordo
separato
An e centristi
attaccano Bossi e Martino
"Le loro sono dichiarazioni incomprensibili"
Alleati in pressing su Berlusconi
e il premier deve rettificare
Ma il leader della Lega insiste e rincara la
dose:
"I terroristi sono figli delle proteste sindacali"
ROMA - Le accuse dei ministri Bossi
e Martino alla Cgil: "Siete ambigui con il terrorismo".
La rabbia dei sindacati: "Smentite o non veniamo all'incontro
di domani a Palazzo Chigi". L'imbarazzo di An e dei centristi che
premono sul premier per cercare di raddrizzare una situazione che si è
trasformata in un boomerang politico. Alla fine l'intervento di Silvio
Berlusconi che prova a salvare i suoi ministri senza buttare a mare il
tentativo di dialogo con le confederazioni. Un tentativo che si
scontra con il "non basta" dei sindacati e con Umberto Bossi che,
invece di seguire il presidente del consiglio, rincara la dose: "I
terroristi sono figli di una esasperata protesta sindacale".
La giornata a palazzo Chigi inizia male. Le reazioni delle
confederazioni alle dichiarazioni di Martino, Bossi e Sacconi sono
durissime e Berlusconi si trova stretto fra i falchi della maggioranza
e An e i centristi che invece premono per mettere una toppa allo
strappo. E' An a dare il via al dissenso. "Ci sono esponenti del
governo che si lasciano prendere da eccessi verbali contro i sindacati
senza rendersi conto di danneggiare innanzitutto l'esecutivo" dice il
portavoce del partito di Fini, Mario Landolfi. "Confidiamo che
Berlusconi intervenga per riportare il confronto politico e sociale
sul terreno liberale del rispetto delle persone e delle opinioni -
invoca il presidente del Ccd, Marco Follini - occorre una grande
misura di civiltà e di serenità: due valori che in alcune parole
pronunciate da membri del governo sembrano essere del tutto
dimenticate".
An, intanto esplicita la dissociazione. "Alleanza Nazionale - dice il
portavoce del partito di Fini - non riesce a spiegarsi perché alla
vigilia dell'incontro con le parti sociali ci siano esponenti del
governo che si lasciano prendere da eccessi verbali contro i
sindacati, senza rendersi conto di danneggiare innanzitutto
l'esecutivo". Ed è a questo punto che arriva la chiamata in causa del
premier: "Speriamo che Berlusconi possa far prevalere le ragioni del
rispetto". Una vera e propria bacchettata quella che An riserva ai tre
membri dell'esecutivo, nessuno dei quali milita nel partito di Fini.
La nota di Palazzo Chigi arriva alle 17. "Nell'invito rivolto a tutti
a riprendere il confronto è chiara ed implicita la convinzione del
governo che non esistono collusioni, ambiguità o contiguità del
sindacato nei confronti del terrorismo". Silvio Berlusconi rompe il
silenzio e prende timidamente le distanze dalle
accuse di ambiguità con il terrorismo che i suoi ministri
lanciato contro la Cgil.
"Non basta", rispondono i sindacati che confermano la non
partecipazione all'incontro previsto per domani. Al governo non resta
che rinviare a data da destinarsi l'incontro.
A questo punto sia An, per bocca di Landolfi che i centristi dicono
che i sindacati si possono accontentare mentre da Bruxelles Rocco
Buttiglione afferma: "Non crediamo che la Casa delle Libertà debba
perseguire una politica del risanamento del Paese che passa attraverso
le rovine del sindacato". Sacconi prova a correggersi: "Abbiamo
necessità di vigilare sulle anomalie che esistono sul territorio e
questa vigilanza si può e si deve fare insieme con le parti sociali ed
in primo luogo con i sindacati". Mentre Martino parla di "reazioni
eccessive" e spiega di sapere che il sindacato e parte "fondamentale"
di una democrazia, dice di no aver mai accusato i sindacati di
collusione con i terroristi e di ritenere "pretestuosa" l'interruzione
del dialogo decisa dai sindacati.
Ma il tentativo si svelenire il clima non riesce. Un primo segnale
duro arriva da Renato Schifani capogruppo di Forza Italia al Senato
che alle agenzie detta: "L'unico scopo della Cgil è quello di tentare
di delegittimare il governo Berlusconi, voluto democraticamente dalla
maggioranza degli italiani. Tutto questo è inaccettabile. Finché non
cesserà questo atteggiamento, sarà la nostra democrazia a farne le
spese. Ci auguriamo che si possano aprire nuovi ambiti di dialogo per
continuare il percorso delle riforme che creeranno nuovi posti di
lavoro. Riforme per le quali Marco Biagi è stato assassinato dai
terroristi". Poi è ancora Bossi a far rialzare la temperatura con una
nota in cui dice: "I terroristi sono i figli di un'esasperata protesta
sindacale che ha raccontato un sacco di menzogne nelle fabbriche, sui
giornali e alla televisione". Ed ancora: "Di certo c'è solo che questo
terrorismo è di sinistra". Poche frasi che smontano di botto i
tentativi di conciliazione messi in piedi dai centristi e dagli uomini
di Fini.
Le accuse al sindacato
di Bossi, Martino e Sacconi
ROMA - Il ministro della Difesa
Antonio Martino, il ministro delle Riforme Umberto Bossi e il
sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi hanno rivolto tra ieri
e oggi dalle pagine dei quotidiani accuse più o meno esplicite
alla Cgil. Il sindacato, avvertono gli esponenti del governo, che
mettono in relazione le dichiarazioni della Cgil sull'articolo 18
con il terrorismo, deve chiarire ogni sua ambiguità e deve
abbandonare ogni intento politico che si nasconde dietro al
confronto sociale.
ANTONIO MARTINO (ministro della Difesa)
Con la manifestazione di sabato la Cgil, afferma Martino su La
Sicilia di ieri, ha voluto "mostrare i muscoli" ed esibire la sua
"preoccupante potenza" "per ricordare alle istituzioni
democratiche che non è loro consentito svolgere i compiti previsti
dalla Costituzione e che sono stati loro assegnati dalla
maggioranza degli elettori". Per Martino il sindacato ha mostrato
di saper ben impiegare il denaro e di saper organizzare eventi di
dimensioni imponenti, trasportando centinaia di migliaia di
persone "a fior di miliardi ad applaudire Cofferati". Lo scopo è
stato quello di alimentare la vanità del leader sindacale:
"L'intera, gigantesca piazza era fatta soprattutto a beneficio di
una sola persona, 'ad majorem Cofferatianam gloriam'", continua
Martino. Il ministro si spinge oltre: partecipando alla
manifestazione, la gente ha "inconsapevolmente" sostenuto la tesi
degli assassini di Biagi: "Che la riforma del mercato del lavoro
costituisce un tradimento dei diritti dei lavoratori". Martino non
stabilisce collegamenti diretti tra manifestanti e terroristi, ma
denuncia lo strapotere della Cgil e l'anomalia tutta italiana di
un sindacato che vuole dettare le regole del gioco a governo e
istituzioni: "La vera anomalia italiana - dice Martino - consiste
nell'aver consentito la creazione di un potere sindacale smisurato
sottratto a qualsiasi disciplina legislativa, dotato di risorse
finanziarie ingenti, rispetto alle quali è immune dagli obblighi
che valgono per tutti gli altri, che si pone come dichiarato
obiettivo quello di impedire al Parlamento di fare leggi non di
suo gradimento ed al Governo di esercitare il mandato ricevuto
dagli elettori, governandolo".
UMBERTO BOSSI (ministro delle Riforme) A dare un colore tutto politico alla manifestazione di sabato
è anche il ministro delle Riforme Umberto Bossi, che sulle pagine
del Messaggero di oggi non esita a definire la Cgil "un partito" e
che attribuisce alla sinistra e al sindacato la responsabilità
dell'assassinio di Biagi. Il vero fine di Cofferati, dice il
leader della Lega, è quello di sostituirsi a D'Alema e Fassino, e
finora "le sue bugie sono state l'alibi per il ritorno del
terrorismo". "Cofferati - continua Bossi - ha visto che la
sinistra stava giù senza un'idea e senza una bandiera, lui è
andato in giro per le fabbriche a raccontare delle balle, come
quella che licenziano i lavoratori. Questo ha portato al
terrorismo. Peraltro a sinistra sono anche bravi, prima lo hanno
ammazzato... e poi si sono appropriati del morto".
MAURIZIO SACCONI (sottosegretario al welfare) Di ambiguità tra la Cgil e certe cellule anomale del mondo del
lavoro parla oggi sulla Stampa anche il sottosegretario al Welfare
Maurizio Sacconi, che invita il sindacato a chiarire
definitivamente la sua posizione. "La Cgil deve chiarire da che
parte sta. Non servono parole per condannare il terrorismo, dai
sindacati vogliamo fatti concreti": il sindacato deve porre un
confine a sinistra, come fece Lama negli anni di piombo. Non basta
una semplice condanna.
"L'omicidio di Marco Biagi - dice Sacconi - nasce nel mondo del
lavoro, non è un universo così vasto quello dove bisogna cercare e
i sindacati conoscono le nicchie anomale di questo sistema".
"Vogliamo denunce, delazioni. Ci sono situazioni di confine, che
hanno nomi e cognomi, che tutti conoscono", conclude Sacconi.
TUTTI i salmi finiscono in gloria ed anche la farsa
delle resistenze negoziali di Cisl-Uil si è alla fine materializzata
nella famosa firma, data per incerta fino all´ultimo minuto quando fin
dall´inizio si sapeva certissima. L´intera vicenda che ha visto come
protagonisti il Gatto e la Volpe, alias Pezzotta-Angeletti, mi ha
fatto venire in mente il «vorrei e non vorrei, mi trema un poco il
cuore» della Zerlina mozartiana che alla fine, prima di cedere alle
seduzioni di Don Giovanni, si rassicura dicendo a se stessa: «Nelle
mani son io d´un Cavaliere» .
Sembra scritta su misura di Cisl-Uil la cavatina di Da Ponte. Ma chi
sarà il Commendatore, il convitato di pietra che porterà l´impenitente
mentitore e seduttore Don Giovanni all´inferno? Questo resta ancora da
vedere. Nel frattempo lasciamo i protagonisti di quest´opera buffa e
tragica insieme ad esaltare i trionfi raggiunti ed esaminiamo da
vicino la realtà vera di quanto è accaduto. Mi scuso fin d´ora con i
lettori se dovrò affaticarli con qualche cifra di troppo, ma la realtà
e la verità dei fatti in casi come questi è fatta anche di numeri.
Cercherò d´essere il più chiaro possibile e mi affido alla loro vigile
pazienza.
* * *
Che Cisl-Uil avessero fin dall´inizio deciso di accettare la deroga
«di soglia» sopra i quindici addetti per quanto riguarda l´articolo 18
l´avevamo capito tutti da tempo, ma premeva conoscere quali
contropartite avrebbero ricevuto in cambio. Se ne aspettavano – i
solerti Pezzotta-Angeletti – molte e numerose. Enumero: la
cancellazione della decontribuzione per i nuovi assunti a tempo
indeterminato, che avrebbe messo a rischio l´intero monte pensioni,
oppure il suo finanziamento a carico della fiscalità generale; un
vasto e nuovo sistema di ammortizzatori sociali, a cominciare dall´aumento
consistente dell´indennità di disoccupazione ma non soltanto; il primo
modulo della riforma fiscale in favore dei redditi minori e di
consistenti esenzioni per i redditi minimi; l´estensione dello Statuto
dei lavoratori alle varie forme di contratti atipici che riguardano
ormai molti milioni di dipendenti; la fissazione di parametri di
indennizzo per quanto riguarda i lavoratori dipendenti sotto la soglia
dei 15 addetti.
Questo era l´oggetto dello scambio atteso o almeno
sperato. Che cosa è stato ottenuto?
Enumero:
1. La somma di 700 milioni di euro l´anno per finanziare l´intera
gamma degli ammortizzatori, in realtà soltanto l´aumento dell´indennità
di disoccupazione.
Quando la trattativa cominciò Cisl-Uil avevano fissato in 5
miliardi il costo dell´operazione. La distanza tra l´obiettivo
sperato e quello raggiunto è enorme e fa pensare più ad una mancia
che ad un risultato.
2. Della decontribuzione a carico della fiscalità non si parla ma
neppure si parla dell´annullamento della decontribuzione. La
questione sembra dunque rimasta così com´era all´inizio, cioè a
carico dell´Inps e quindi del monte pensioni esistente.
3. I diritti da estendere agli atipici e ai dipendenti sotto la
soglia non vengono menzionati se non per dire che sarà istituita
una commissione di studio di «alto profilo». Nella scorsa
legislatura il problema era stato risolto con una legge presentata
dal centrosinistra e approvata da un solo ramo del Parlamento. Non
c´è molto da studiare in proposito che già non sia stato studiato:
bastava riprendere quella legge, eventualmente emendarla e
ripresentarla alle Camere. Ma Confindustria ha puntato i piedi:
commissione di studio di alto profilo; se ne parlerà a babbo
morto.
4. Per la riforma fiscale le cose stanno così: la quota esente
passa da 6.000 a 7.000 euro; il governo Amato aveva previsto di
innalzarla a 9.000 euro (18 milioni di vecchie lire), il risultato
è dunque meno della metà di quanto deciso dal precedente governo.
Per la fascia di reddito compresa tra 7.000 e 10.000 euro resta
l´aliquota Irpef del 18 per cento con alcune deduzioni per la
fascia tra i 7.000 e i 9.000, quella cioè che Amato-Visco avevano
programmato in totale esenzione. Per la fascia di reddito dai
10.000 ai 15.000 euro l´aliquota viene ridotta in un punto, da 24
a 23 per cento; tra i 15.000 e i 25.000 euro la riduzione passa
dal 32 al 27 per cento. Conclusione: i redditi minimi ottengono
meno di quanto sperato rispetto agli impegni del precedente
governo; quelli appena superiori (tra i 15.000 e i 25.000 euro) un
poco di più. E questa è definita dal presidente del Consiglio la
più grande riforma mai fatta nel mondo.
Sono queste le contropartite di scambio. Dietro l´angolo c´è il
taglio delle pensioni senza il quale Tremonti non potrà arrivare
nemmeno al 2004.
* * *
Ma perché tanta avarizia? Qui bisogna fare un passo indietro, dal
quale uscirà una verità che definirei sconvolgente: neppure queste
concessioni addirittura insultanti per la loro esiguità sono
promesse certe, ed ecco perché.
Un paio di mesi fa, alle prime prove tremontiane di «cartolarizzazione»
di cespiti fiscali e patrimoniali dello Stato, tra le altre
numerose critiche nel merito di quei provvedimenti mi fu facile
prevedere che il comitato europeo di statistica e vigilanza
contabile sulle operazioni degli Stati membri avrebbe bocciato i
metodi scelti dal ministro per fare cassa e per portare gli
introiti a diminuzione del disavanzo corrente. Il ministro in
quell´occasione ebbe anche la bontà di rispondermi; mi diede dello
sprovveduto incompetente e si disse certo che Eurostat avrebbe
approvato le sue cartolarizzazioni. Anzi, arrivò a sostenere che
le aveva già approvate in via preventiva.
Naturalmente non era vero. La risposta è arrivata da Bruxelles
mercoledì scorso: le cartolarizzazioni tremontiane sono pure
entrate di cassa equiparate all´accensione di altrettanti debiti
garantiti dallo Stato; le banche danno soldi al Tesoro come
farebbero con una qualunque operazione «swap»; solo che la fertile
ingegnosità tremontiana aveva circondato questi swap da una serie
di complicate architetture barocche allo scopo di farle passare
per entrate vere e utilizzabili per ridurre il deficit corrente e
quindi anche il rapporto disavanzo/Pil, significativo ai fini del
patto di stabilità europeo.
L´incidente è grosso per la credibilità del ministro, ma lui non
si scompone. Sostiene che Eurostat si sbaglia, minaccia di fare
intervenire il Consiglio dei ministri europeo per mettere in riga
i tecnocrati di Bruxelles e afferma soprattutto che la
deliberazione di Eurostat non avrà alcuna conseguenza sulla
politica finanziaria del governo poiché riguarda i conti del 2001
che ormai sono dietro le nostre spalle. Chi se ne frega (dice
Tremonti) del 2001: sul 2002 ed anni seguenti, anzi, la censura di
Eurostat produrrà effetti benefici poiché le entrate censurate
diventeranno reali e impingueranno l´Erario.
È veramente un fenomeno il ministro Tremonti, al quale mi permetto
di obiettare: 1. Se i paletti messi da Eurostat miglioreranno la
situazione finanziaria del 2002 e seguenti, vuol dire che le
operazioni a suo tempo da lui varate l´avevano peggiorata. 2. In
realtà anche questo assunto è falso. 3. Non è vero che le
modifiche imposte da Bruxelles alla contabilità del 2001 sono
prive di conseguenze; il ministro del Tesoro se ne può anche
infischiare del fatto che il disavanzo in termini di Pil è ora
aumentato a 2,2 avvicinandosi alla linea rossa del 3 dalla quale
scattano le sanzioni europee; ma non può invece infischiarsi di un
effetto molto concreto prodotto da questa vicenda e cioè l´aumento
del debito pubblico. I proventi erogati dalle banche nel 2001 sono
debiti e hanno fatto aumentare il debito complessivo mentre la sua
riduzione era stata fin qui uno degli obiettivi primari dei
governi dal 1993 al 13 maggio del 2001. Ora la tendenza si è
invertita e Tremonti vi ha dato una buona mano. Dobbiamo
ringraziarlo per questo? Non direi. Confermo che è un fenomeno.
Temo che ci stia portando verso una catastrofe finanziaria anche
se sono ancora in pochi quelli che l´hanno capito.
***
Certo la credibilità del Fenomeno risulta oggi piuttosto incrinata
e altrettanto accade per il suo Dpef che il Consiglio dei ministri
ha appena approvato.
Il documento prevede un aumento del Pil nel 2003 del 2.9% e di
altrettanto nel 2004. Ma chi ci crede? Le previsioni per il 2002
erano fino a ieri inchiodate al 2.3% e il rapporto disavanzo/Pil
allo 0.5. Ma oggi le prime sono scese all´1.3 e il secondo è
salito allo 0.8 (ma salirà ancora, statene certi). Chi ha preso un
abbaglio di questa grandezza non merita fede sulle cifre dei
prossimi tre anni, anche perché l´andamento del ciclo
internazionale non fa affatto prevedere miglioramenti sostanziali
e rapidi.
E poiché l´intera politica economica e sociale del governo si
fonda su quelle cifre di base, ecco che il Dpef altro non risulta
essere che l´ennesimo libro dei sogni che il governo Berlusconi
diffonde dopo le promesse elettorali del 2001.
Vediamo più da vicino questo libro dei sogni.
Le entrate di competenza non sono splendide, direi che galleggiano
a stento. Le prime notizie sull´autotassazione sono deludenti.
Vedremo tra pochi giorni le cifre.
Le entrate di cassa vanno decisamente male; il semestre si chiude
con un disavanzo di oltre 30 miliardi e passa di euro (60 mila di
vecchie lire); di altrettanto aumenta il fabbisogno e quindi il
debito necessario a finanziarlo, più il maggior debito (ex
cartolarizzazione) ereditato dal 2001.
Ma sopravvengono nuove spese aggiuntive: i 700 milioni di euro per
l´indennità di disoccupazione, le decontribuzioni per i nuovi
assunti se verranno messe a carico della fiscalità generale; la
copertura finanziaria dell´accordo firmato con i dipendenti dello
Stato ma non ancora formalizzato nella contabilità pubblica; il
primo modulo di riforma fiscale cui dovrà seguire quello ancora
più consistente del 2004; i maggiori fondi necessari per la scuola
e per la giustizia. Anche tralasciando queste due ultime voci
(tuttavia essenziali della società italiana) il complesso delle
altre qui indicate si colloca per il 2003 nell´ordine di grandezza
di 11-12 miliardi di euro, diciamo 22 mila miliardi di vecchie
lire, ai quali sono da aggiungere circa 9 mila miliardi di vecchie
lire imputabili alla spesa sanitaria. Totale: 30 mila miliardi.
La copertura di questi esborsi aggiuntivi dovrebbe essere
effettuata con tagli di spese correnti dei ministeri,
provvedimenti sui farmaci e maggiori imposte regionali, vendita di
immobili.
Dalla prima voce il Fenomeno si aspetta economie pari all´1% del
Pil; se riuscirà ad ottenerne un terzo potrà aspirare ad un busto
al Pincio, se arriverà alla metà si sarà meritato una statua
equestre da vivo (per quanto posso sono pronto a contribuire). I
provvedimenti previsti per la sanità dimezzeranno forse quei 9
mila miliardi. Se tutto andrà bene dunque, il Fenomeno avrà così
rastrellato metà dei fondi necessari; gliene resterebbero ancora
da coprire per altrettanto.
Il suo progetto era di ricavare dalle cartolarizzazioni 7.5
miliardi di euro ogni anno fino al 2004, ma ora non sarà più così.
Dopo i paletti dell´Eurostat sarà grasso che cola se ne ricaverà
3.5 miliardi. Alla fine gli resterà uno scoperto di circa 4
miliardi di euro, 8 mila miliardi di vecchie lire, per il 2003 e
parecchio di più per l´anno successivo.
Poiché il Fenomeno (e il Super-Fenomeno che sta sopra di lui) non
vogliono sentir parlare di nuove e maggiori imposte (salvo quelle
regionali che pure fanno parte della pressione fiscale
complessiva) l´ammanco di almeno 4 miliardi comporterà la rinuncia
ad alcuni impegni solennemente sanciti nel patto sociale firmato
appena ieri a Palazzo Chigi con gran clamore di truppe e tamburi e
nel Dpef approvato anch´esso ieri dal governo. Quattro miliardi di
euro non sono poca cosa in un programma di impegni così stretto.
Qualche cosa salterà. Che cosa? Il futuro è sul grembo del
Fenomeno. Certo chi si fida di lui corre un bel rischio.
***
Tra quelli che si fidano ci sono evidentemente anche il Gatto e la
Volpe i quali, per colmo di generosità, hanno anche accettato di
inserire nel patto sociale la loro approvazione del Dpef. Hanno
cioè trasformato un patto tra parti sociali in un patto politico
con il governo che li porterà inevitabilmente in linea di
collisione con tutto l´Ulivo, Margherita compresa.
Ma non era la Cgil a comportarsi come un soggetto politico e non
sindacale? Ebbene, con l´approvazione del Dpef anche Cisl-Uil
escono dall´alveo sindacale per entrare mani e piedi in quello
politico. D´Antoni sarà contento, la sua lunga marcia verso il
collateralismo a destra è stata finalmente premiata.
Tutto ciò, come diceva Marco Biagi a proposito di chi si schierava
con Cofferati, mi sembra indecente. E altrettanto indecente è
proclamare di farlo per onorare Biagi. Lasciateci almeno la
libertà di piangere i morti senza usarli per santificare le
furbizie dei vivi.
Cofferati: l' Ulivo sottovaluta l'
accordo separato Un attacco alla democrazia isolarci è la loro
ossessione
Il leader della Cgil: siamo un soggetto da aggredire con ogni pretesto
e ogni argomento l' intervista le minacce Chi mi accusa di aver usato
toni minacciosi in questi mesi si è esibito in un florilegio di accuse
infamanti verso intellettuali, magistrati e no global la firma E'
grave il silenzio di chi ha firmato con l' esecutivo sulla norma che
ci escludeva dal confronto futuro su materie di ordine generale l'
opposizione Capisco il problema del rapporto con la Cisl, ma non si
sfugge al giudizio di merito coscienza La mia è a posto. Esprimo
giudizi duri ma sul merito, non contro le persone
MASSIMO GIANNINI
ROMA - Sergio
Cofferati il suo no al patto per l' Italia costa caro
alla Cgil. Maroni annuncia che sarete esclusi dalle prossime tappe del
dialogo sociale sulle riforme. «Il cuore di tutto ciò che è successo
mi pare chiarissimo. C' è in questo governo, almeno in una sua parte,
una totale mancanza dell' idea di democrazia. E' un atto grave. Così
come è grave il silenzio degli altri firmatari sulla norma che
escludeva la Cgil dal confronto futuro su materie di ordine generale.
Quello è un atto contro la democrazia sindacale. Dunque è un atto
contro una parte della democrazia sostanziale. Se una parte del
governo è pronto a commetterlo, è perché hanno un solo obiettivo:
tagliare fuori, in ogni modo possibile, la Cgil» . Il ministro ha
fatto una mezza retromarcia. «E' solo una mossa, smaccata e volgare,
per rimediare alla gravità dell' atto che ha commesso. Siamo una vera
e propria ossessione per loro. Siamo un soggetto da aggredire, con
ogni pretesto e con ogni argomento. Cercano di isolarci. Del resto la
teorizzazione dell' esclusione della Cgil era nella premessa al Libro
bianco scritta proprio dal ministro Maroni. Ora stanno semplicemente
rendendo esecutiva quella teorizzazione. E questo fornisce anche una
chiave interpretativa di ciò che è successo nei giorni scorsi» . A
cosa si riferisce? «Attribuirci responsabilità false e infamanti sul
terrorismo e sulla violenza, indicarci come quelli che puntano allo
scontro sociale e politico a tutti i costi. Questa è la loro
ossessione, questi sono gli argomenti che usano per attaccarci in modo
sistematico» . Berlusconi le imputa di fomentare in modo
irresponsabile il conflitto sociale, e di aver usato toni minacciosi:
«Patto scellerato», libro «limaccioso». E' vero o no? «Chi mi accusa
di avere usato toni minacciosi, in questi mesi si è esibito in un
florilegio di accuse infamanti verso intellettuali, magistrati,
giovani pacifisti e no-global, girotondini e giornalisti. A nessuno è
stata risparmiata un' aggressione. E soprattutto, questa aggressione
si è materializzata nei nostri confronti. Credo che a questo tentativo
occorra rispondere come abbiamo fatto in questi giorni: restando al
merito, ma con fermezza e serenità. Ormai è diventata una sorta di
rito caricaturale. Ogni volta che da parte nostra c' è una obiezione
di merito la risposta è sempre la stessa: ci minacciate, oppure fate
politica» . Il premier le ha chiesto in aula un «esame di coscienza».
Lei è pronto a farlo? «La mia coscienza è a posto. Ho espresso in
questi mesi giudizi molto duri su atti di governo che non ho condiviso
e non condivido. Per consolidata abitudine mi sono sempre rivolto al
merito dei provvedimenti, e non alle persone che li avevano attivati.
Contrariamente a quello che sistematicamente dal governo si fa verso
la Cgil e verso di me» . Veniamo al merito dei provvedimenti: il patto
per l' Italia, appena firmato tra governo e patti sociali, secondo lei
è davvero «scellerato»? «E' un pessimo accordo. Lontano mille miglia
dalle vere esigenze di questo paese. Per tornare a crescere, l'
economia italiana ha bisogno di obiettivi e politiche competitive
alte. In quel testo, al contrario, non c' è l' economia della
conoscenza, non ci sono i saperi, la scuola, la ricerca, l'
innovazione. C' è solo la destrutturazione dei rapporti di lavoro, la
flessibilità che diventa precariato e la negazione dei diritti delle
persone» . Non le sembra di esagerare nel giudizio su un accordo che,
semmai, va criticato per la portata assai modesta degli effetti che
potrà generare? «L' enfasi e la propaganda li usa il governo, non io.
Più lavoro, dice Berlusconi. A me sembra invece che quel patto indichi
un quadro caratterizzato solo dalla incertezza di tutte le variabili,
quelle di finanza pubblica e quelle macroeconomiche. Gli obiettivi
sono esposti alle incognite dei duri giudizi dell' Unione europea, con
ricadute molto nefaste sul debito pubblico» . Tremonti dice che c' è
il più grande sgravio fiscale della storia repubblicana. «No, c' è l'
accettazione implicita da parte dei firmatari del patto su una
modifica del prelievo che è impressionante. Salta la progressività, il
calo del gettito non copre il Welfare futuro. Premierà i più ricchi,
mentre i più poveri non avranno più protezione sociale. Dal punto di
vista fiscale, la manovra del governo altera i meccanismi
redistributivi. I vantaggi sono tutti presunti, e non sono reali. Non
c' è niente per pensionati e lavoratori». Ma arriveranno sconti
fiscali per 5,5 miliardi di euro, e grossi benefici per i redditi fino
a 25 mila euro. «Sono tutti gli sconti già previsti dai governi
precedenti. Il nuovo governo li cancella, e al loro posto ne aggiunge
altri, in misura minore, e con tabelle esemplificative del tutto prive
di fondamento». Ci sono almeno i soldi per gli ammortizzatori sociali.
«Già, i 700 milioni di euro. Quasi una cifra simbolica. E non c' è
traccia di riforma. Aumenta solo l' indennità di disoccupazione. Non
c' è nulla per le persone finora del tutto prive di diritti. Non c' è
nulla per i giovani che non hanno tutele. Quell' accordo, a queste
categorie, non parla. C' è solo un ridimensionamento visibile di atti
collettivi e diritti individuali» . Pezzotta e Angeletti sostengono il
contrario. «Sul piano strettamente sindacale sono ancora oggi convinto
che non si possano scambiare un diritto con un vantaggio materiale. Ma
a Cisl e Uil dico: cosa avete scambiato? Voi avete ceduto su un punto
essenziale, per il quale avevate scioperato insieme a noi. Per
ottenere che cosa? Nulla, non c' è nulla sull' altro piatto della
bilancia» . Qualcosa evidentemente c' è, se no non firmavano. Non le
pare? «A questo punto io pongo anche un problema di democrazia
sindacale. Possibile che il patto sia sottratto al giudizio di
lavoratori e pensionati italiani? Serve davvero un atto di democrazia
compiuta, come facemmo nel '93, nel '95 e nel '97: ci vuole un voto
della gente. Io dico ai firmatari del patto: sono pronto, andiamo
insieme a sollecitare un referendum nei luoghi di lavoro, andiamoci
oggi, come facemmo negli anni passati. Sottoponiamo gli accordi alla
consultazione, nelle aziende e nelle fabbriche. Voglio l' applicazione
completa dell' articolo 39 della Costituzione. Voglio la democrazia
rappresentativa nei luoghi di lavoro. E nei prossimi mesi anche su
questo daremo battaglia». Il patto l' hanno firmato trentanove sigle,
tra cui alcune radicate a sinistra, come la Cna, la Confesercenti, le
Cooperative. Stavolta la Cgil è isolata davvero. Non è una sconfitta
per lei? «Per niente, la Cgil è sola, ma con qualche milione di
persone intorno. Certo, se guardo alle sigle, noi siamo fuori. Ma gli
scioperi e le manifestazioni di questi giorni dimostrano nel paese un
consenso molto, molto vasto, che va ben oltre le nostre dimensioni
associative. Tra i cittadini vinciamo, non c' è nessuna solitudine
della Cgil. Nei prossimi giorni e nei prossimi mesi saremo in campo.
Faremo le nostre proposte sull' estensione dei diritti e sul Welfare,
sugli ammortizzatori sociali e sull' economia del sapere.
Parteciperemo alla promozione del referendum abrogativo, nel momento
in cui sarà legge la modifica dell' articolo 18. Raccoglieremo cinque
milioni di firme per due proposte di legge di iniziativa popolare.
Dimostreremo che c' è un consenso di massa, intorno alla nostra
battaglia. Altro che isolamento...» . Anche la chiamata a raccolta dei
leader del centrosinistra può essere letta come un segno di debolezza,
oltreché di condizionamento politico. Lei non crede? «Non si tratta di
una chiamata a raccolta. Abbiamo chiesto solo di incontrare i leader
del centrosinistra per prospettare loro le nostre valutazioni sul
quadro complessivo. Vogliamo spiegare cosa intendiamo fare. Le nostre
lotte riguardano anche la politica, le leggi di iniziativa popolare
che presenteremo avranno ricadute parlamentari. E' utile ragionarne
insieme». Per Pezzotta e Angeletti questa è la prova del nove che lei
ormai fa solo politica, e non più sindacato. «Nient' affatto. Io
faccio sindacato. Ma le nostre azioni attivano necessariamente la
politica. Sarebbe spocchia e autosufficienza non parlare con la
politica. Che è chiamata ad esporsi e a pronunciarsi sulle nostre
iniziative. Al contrario, l' unico vero atto politico che io ho visto
in questi giorni riguarda proprio i firmatari del patto, che hanno
sottoscritto il documento di programmazione economica senza
conoscerlo. Lo accettano, facendone oggetto di un patto negoziale.
Questo è il vero atto politico, che si configura come un oggettivo
sostegno all' azione del governo. Questo è il vero atto che annulla l'
autonomia del sindacato» . Ma a che titolo lei rimprovera all' Ulivo
di non lottare abbastanza contro questi atti del governo? «Io non
rimprovero nessuno. Dico solo che bisogna mettersi d' accordo. La
critica è parte della funzione autonoma che io rappresento. L' Ulivo è
chiamato oggettivamente a un giudizio di merito, al quale non potrà
sottrarsi, sul patto e sul Dpef. Le faccio un esempio: i contenuti del
patto in materia di articolo 18 sono contrari al piano presentato da
Amato e Treu. Le conseguenze le tirino loro. Dicano chiaramente se
hanno scherzato prima e se vogliono fare sul serio adesso. Dovranno
votare il Dpef. E' un' aberrazione che la sua parte costitutiva sia
quello che è stato ribattezzato il Patto per l' Italia». Eppure lei
non risparmia le critiche al centrosinistra, proprio alla vigilia
dell' incontro con i suoi leader. «Non ho difficoltà ad ammettere che
nel centrosinistra vedo una sottovalutazione seria, che mi preoccupa,
sugli effetti che quelle norme comportano rispetto alla forma della
rappresentanza sociale» . D' Alema dice che l' accordo separato non è
un dramma. E un attacco a lei? «Dire che l' accordo separato non è un
dramma è un errore grave. Capisco la naturale propensione a non
drammatizzare gli accordi separati. Ma in questo caso il medico
pietoso è il peggiore. L' auspicio all' unità futura non autorizza
nessuno a pensare che questa non sia una rottura drammatica. Ben
diversa da quella dell' 84, quando si ruppe su uno specifico tema, tra
organizzazioni che avevano una stessa idea della rappresentanza. Qui,
invece, la rottura avviene tra formazioni che vogliono cambiare la
natura del sindacato. Altro che riformismo. Io capisco quanto sia
delicato il rapporto tra forze centriste e Cisl. Quello è un nervo
oggettivo di sofferenza. Ma questo non può far sfuggire da un giudizio
sul merito, che prima o poi tutto l' Ulivo dovrà dare» . Si arriverà
al referendum sull' articolo 18. Voi cosa farete? «Noi ci faremo
promotori, insieme alle altre forze, della raccolta di firme. Quando
ci sarà la legge, chiederemo la mobilitazione di tutti coloro che
ritengono questo un duro colpo ai diritti delle persone. Le forze
politiche decideranno autonomamente, ma anche lì dovranno essere
coerenti: trovo difficile che chi ha contrastato con noi le modifiche
all' articolo 18 avanzate in questi mesi dal governo, non aiuti poi
chi vuole concretamente impedire che quei danni si verifichino» .
Dall’Emilia
Romagna 850.000 firme per la petizione Cgil
“DUE NO al
lavoro come merce, DUE SI ai diritti e tutele per tutti”
La Cgil dell’Emilia
Romagna punta a raccogliere 850.000 firme in calce alla petizione lanciata
dalla Cgil nazionale (obiettivo generale 5 milioni di firme) per dire NO
alla modifica dell’art. 18 e alla precarizzazione del lavoro e per dire SI
all’estensione dei diritti. Lo hanno annunciato questa mattina in una
conferenza stampa il segretario generale Cgil regionale Danilo Barbi e il
segretario organizzativo Vincenzo Colla.
La campagna di raccolta
firme parte proprio in questi giorni, nonostante le ferie incombenti,
approfittando di tutte le occasioni buone: nel territorio regionale i
banchetti vengono allestiti nelle località turistiche, davanti alle
discoteche, ai margini dei concerti, in tutte le feste popolari e
politiche disponibili a dare ospitalità all’iniziativa, nei punti
strategici delle città come stazioni, piazze, mercati, ospedali, centri
commerciali; terminato il periodo feriale si intensificherà la raccolta
nei luoghi di lavoro, scuole e università. Intanto è in partenza per un
lungo giro in tutta Italia un Tir della Cgil nazionale con musica e
megaschermo, per fare opera di informazione e raccogliere le firme: il 27
agosto il Tir sarà a Rimini e il 28 agosto al Lido delle Nazioni.
“Tu-togli-io-firmo” è
scritto in rosso e nero in testa ai moduli per la raccolta: accanto al
nome e cognome chi aderisce deve indicare data di nascita, indirizzo,
documento di riconoscimento. In questo modo darà il proprio consenso in
primo luogo ai futuri referendum abrogativi che la Cgil intende sostenere
contro le modifiche all’art 18 e le altre misure comprese nella legge
delega sul mercato del lavoro che aumentano a dismisura la precarietà (i
due NO); in secondo luogo alle due proposte di iniziativa popolare che la
Cgil sta predisponendo per estendere il sistema dei diritti e degli
ammortizzatori sociali (i due SI).
“Ma la petizione della
Cgil – ha sottolineato Danilo Barbi - è anche l’unica possibilità che
avranno i lavoratori di esprimersi contro il “Patto per l’Italia” e
l’accordo separato che lo sostiene. Anche in questo sta il valore di una
straordinaria campagna di massa che da visibilità e continuità alla
iniziativa dei mesi scorsi e contribuisce nel contempo a preparare lo
sciopero generale che la Cgil ha già proclamato per l’autunno.”