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L´INTERVISTA (da la
Repubblica 23 agosto 2002) |
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| Guglielmo Epifani: tregua finita, recuperare il
reddito perso con l´inflazione |
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| "Un governo incapace rivogliamo il fiscal drag"
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| Le riforma Tremonti non tutela i redditi bassi
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| patto sbagliato Alla luce dei numeri il Patto
per l´Italia firmato col governo da Cisl e Uil è sbagliato e
pericoloso |
| pochi controlli Sui prezzi c´è una
sottovalutazione culturale: non basta un osservatorio, ma
bisogna punire duramente chi specula |
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| LUISA GRION
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ROMA - I dati sull´inflazione parlano chiaro e
dicono tre cose: «Che c´è un problema di difesa dei redditi
reali, che il governo a settembre dovrà decidersi a fare
qualcosa per tutelarli e che alla luce dei numeri, il Patto per
l´Italia firmato da Cisl e Uil è sbagliato oltre che
pericoloso».
Così dipinge il quadro Guglielmo Epifani, numero due della Cgil,
che fa una proposta per arginare i danni: Tremonti ripristini
subito quel meccanismo di restituzione del fiscal-drag da lui
abolito e rimetta nelle tasche dei consumatori i maggiori
incassati ottenuti grazie all´ «effetto-drenaggio» (il fiscal
drag è quel meccanismo che fa si che i contribuenti per via dell´alta
inflazione si trovino a pagare tasse più alte: anche se il
potere d´acquisto scende i redditi sulla carta si alzano e
volano verso le aliquote superiori; il meccanismo di salvataggio
prevedeva che i lavoratori, l´anno successivo, potessero
recuperarne una parte delle maggiori tasse pagate ndr).
Epifani, cominciamo dai dati. L´inflazione è al 2,3 per cento
come dice l´Istat o più alta come dicono i consumatori?
«E più alta. Le stime presentate dalle associazioni sono serie e
attendibili e riferiscono di un costo della vita in aumento del
4 per cento. Un rialzo generalizzato che riguarda tutti i prezzi
e i prodotti, che avvantaggia qualcuno, ma non di sicuro i
redditi dei dipendenti e dei pensionati. Il problema è serio e
richiede interventi immediati da parte del governo. Non credo
però che questo esecutivo abbia la cultura adatta per
affrontarlo»
Da dove nasce questo dubbio?
« Dal fatto che, sarà una coincidenza bizzarra, ma anche nel '94
quando ci fu l´ultima bolla inflattiva, a Palazzo Chigi sedeva
Berlusconi. Il suo governo non ne intuì la formazione e lasciò
correre i prezzi. Temo che anche questa volta vi sia una
sottovalutazione culturale del problema: questo esecutivo è poco
attento alla difesa dei redditi. I prezzi non rappresentano una
priorità e lo si vede anche nel Patto per l´Italia dove ci si
limita a proporre la formazione di un Osservatorio e a fissare
un tetto programmato ormai considerato da tutti fuori luogo».
E cosa si dovrebbe fare invece?
«Individuare una rete efficace di controllo dei prezzi
coinvolgendo il sistema produttivo. Sul fronte dei servizi le
liberalizzazioni non sono state abbastanza efficaci, non hanno
ridotto le tariffe come dovevano. Sul fronte delle Rc auto,
fonte d´inflazione scandalosa, non si è interventi sulle
compagnie di assicurazioni, anzi il ministro Marzano si è
comportato come se il problema non esistesse. Occorre invece
mettere insieme strumenti e idee per scoraggiare i furbi»
Questi sono propositi che richiedono tempo e intanto?
«Ci sono due cose da fare subito»
Quali?
«Ripristinare la restituzione del fiscal drag, meccanismo che
scattava automaticamente in presenza di un´ inflazione superiore
al 2 per cento e che Tremonti ha abolito»
Il ministro, quanto a fisco ha idee del tutto diverse e se
rinuncia alla sua riforma cade la premessa che ha fatto vincere
le elezioni al Polo
«La sua riforma, con la quale non siamo d´accordo, dovrebbe
partire a gennaio. Staremo a vedere cosa farà per proteggere i
redditi di pensionati e dipendenti, ma al di là di quanto
programmato, non tenere conto della caduta del loro potere
d´acquisto sarà difficile. Tanto più che c´è una differenza
vistosa fra il tasso stabilito dal´Istat e quello percepito dai
consumatori. Settembre, su questo fronte, sarà il mese della
verità, il governo dovrà decidersi a fare qualcosa. Per noi, per
intendersi, la restituzione del fiscal-drag è un obiettivo. Come
lo è l´altra correzione da fare subito: l´innalzamento del tetto
dell´inflazione programmata sul quale si andrà a discutere di
rinnovi contrattuali. Se non si rivede sarà scontro»
Su questo obiettivo ora concordano anche Cisl e Uil. Siete
soddisfatti? Quella per i contratti sarà la battaglia che vi
riunirà?
«Prendiamo atto dei commenti e, anche se va detto che a loro
tempo, approvarono il tasso di crescita scritto nel Dpef,
pensiamo che di fatto vi sia un possibile accordo sugli
obiettivi. Anche se in punta di piedi vediamo che c´è, in Cisl e
Uil, una certa marcia indietro rispetto a quanto firmato nel
Patto per l´Italia. Se ci saranno punti d´incontro sulla
necessità di difendere la politica dei redditi e lo sviluppo non
avremo difficoltà ad utilizzarli. D´altra parte questi ultimi
dati sull´inflazione fanno emergere tutti gli errori contenuti
in quel documento. E la sua pericolosità. Nel Patto non si
accenna se non di sfuggita all inflazione è ciò dimostra la sua
infondatezza. La forbice fra inflazione reale e quella
programmata dal governo nel Dpef continua ad allargarsi. Il caso
dovrà essere risolto o dal governo o dai contratti». |
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Intervista
sull'autunno caldo al
segretario della Cgil
"Il governo fa scelte irrazionali e inefficaci"
Cofferati: "Sciopero generale
contro questa destra bugiarda"
Il 21 settembre lascerà la
confederazione
"Niente passaggio diretto in politica"
di MASSIMO GIANNINI
Da la Repubblica 31 agosto 2002
ROMA - "E ora, un grande sciopero
generale".
Sergio Cofferati, l'estate non è servita a rasserenare i
rapporti con il governo?
"Al contrario. Il presidente del Consiglio continua a vendere
sogni, a lanciare messaggi rassicuranti e a descrivere un
mondo che non c'è. Ma intanto le condizioni materiali dei
cittadini peggiorano drasticamente, e le misure che il governo
propone sono inefficaci, irrazionali e dannose. Oggi sono più
che mai convinto che lo sciopero generale sia la risposta più
adeguata che il sindacato possa dare".
Perché ne è così convinto?
"I fatti di questa estate confermano tutti i giudizi negativi
formulati dalla Cgil nei mesi scorsi. Avevamo detto che i
provvedimenti dei 100 giorni e il Dpef erano inadeguati a
rilanciare lo sviluppo. Purtroppo oggi i numeri ci danno
ragione. La crescita è enormemente inferiore a quella prevista
nella Legge Finanziaria".
Ma Berlusconi l'ha spiegato al meeting di Rimini: è
l'effetto dell'11 settembre.
"Una spiegazione penosa. La Finanziaria del 2002 era stata
presentata dopo la tragedia delle Twin Towers, ed era stata
approvata dopo che i suoi effetti negativi sulla congiuntura
avevano cominciato a dispiegarsi in tutto il mondo. Non a
caso, in quel periodo, gli Stati Uniti cambiavano radicalmente
strategia e si affrettavano a varare una manovra di
investimenti pubblici e di sostegno alla domanda interna,
secondo i canoni keynesiani più classici. Solo il governo
italiano ha continuato a marciare come se nulla fosse,
limitandosi a ritoccare la crescita prevista nel 2002 dal 3 al
2,3%, comunque valori da sogno. Un folle azzardo, che ora il
Paese paga pesantemente".
Però tutti i Paesi scontano una crescita più fiacca del
previsto.
"Vero, ma in nessun Paese al mondo si registrano scostamenti
tra obiettivi e risultati clamorosi come quelli italiani. Il
Pil, quest'anno, crescerà molto meno dell'1%. Le misure varate
finora si sono rivelate totalmente inutili, e non c'è 11
settembre che tenga. Su queste basi, è del tutto inattendibile
anche il quadro programmatico del 2003, che prevede una
crescita del 2.9%. Un puro miraggio".
In compenso, per fermare l'inflazione, Palazzo Chigi
annuncia il decreto che congela le tariffe.
"Così Berlusconi somma irrazionalità e confusione. Fa
l'ennesimo annuncio mediatico, e promuove una misura illogica
e assurda. Parla di interventi sulle tariffe, ma di fatto
produce effetti pratici solo sull'energia elettrica, visto che
gli aumenti del gas e dei telefoni sono antecedenti al primo
agosto. Siamo in presenza di due anomalie. Primo: un governo
che si proclama liberista, rinunciando a qualunque logica di
mercato, sospende alcuni aumenti di tariffe che non gli
competono, mentre non fa nulla su quelle di cui ha la
gestione, come poste e ferrovie. Secondo: entra a piedi uniti
in un settore delicatissimo, e regolamentato da un'autorità
amministrativa indipendente. Bell'esempio di scuola liberale".
L'avvocato del diavolo le obietterebbe che qualche segnale
bisognava pur darlo.
"La verità è un'altra. Questo governo, di nuovo unico a
livello internazionale, non ha mai preso in considerazione il
problema dell'inflazione, come dimostrano il Dpef e quell'assurdo
"Patto per l'Italia" firmato con Cisl e Uil. Un Patto di cui,
curiosamente, oggi non si parla più: a conferma che, al di là
dell'aggressione ai diritti, conteneva solo misure inutili e
aveva come scopo unico e strumentale quello di dividere il
sindacato. Risultato: oggi siamo in una situazione
paradossale: la crescita è bassissima, i consumi sono depressi
e l'inflazione, invece di diminuire, è in forte aumento".
Colpa dell'Euro, spiega il Cavaliere.
"Per il Cavaliere la colpa è sempre di qualcun altro. Il
governo è in difficoltà, e riscopre puntualmente la sua forte
vena ostile all'Europa. Se l'inflazione aumenta la colpa non è
dell'Euro, ma della totale assenza di una politica sui prezzi
e sulle tariffe. Il centrodestra ha distrutto la politica dei
redditi, stroncando il circolo virtuoso prezzi-tariffe-salari
che ha consentito il risanamento nel decennio scorso. Con le
misure fiscali della delega ha sconvolto radicalmente i
meccanismo redistributivi, a vantaggio esclusivo dei redditi
alti".
Eppure giusto l'altro ieri, a Gubbio, Berlusconi ha
confermato gli sgravi per le fasce di reddito sotto i 50
milioni l'anno. "Altra bugia. Quei presunti sgravi ai meno
abbienti altro non sono che le risorse già impegnate dai
governi di centrosinistra per l'Irpef e la restituzione del
fiscal drag. La seconda fase della riforma Tremonti, al
contrario, contiene una modifica strutturale del prelievo che
darà vantaggi solo ai ricchi. Almeno su questo, la strategia
della maggioranza è chiara. Per compiacere certe categorie,
punta a una divaricazione enorme tra i redditi alti e quelli
medio-bassi. Per compiacere Confindustria, punta a creare un
abisso tra le imprese e i lavoratori attraverso le politiche
salariali".
Eppure Berlusconi, sempre a Rimini, aveva promesso che nei
rinnovi contrattuali si sarebbe tenuto conto dell'inflazione
reale. "Altro esempio di uso spregiudicato delle promesse,
prontamente negate dopo il pesante altolà della Confindustria".
Fini ieri ha chiarito che le cifre del Dpef non
cambieranno, neanche sull'inflazione programmata.
"E' la conferma del tentativo esplicito che governo e
Confindustria cercheranno di portare avanti: scaricare sui
salari il contenimento dei prezzi. Cioè risparmiare le imprese
e i settori della rendita, e far pagare il "costo"
dell'inflazione solo ai lavoratori, cioè la parte debole del
Paese. Tutto questo finirà inevitabilmente a moltiplicare le
ragioni e i focolai del conflitto sociale".
Anche da parte di Cisl e Uil, secondo lei? "Secondo me
il governo sta sottovalutando gli effetti dell'assurda
forzatura che ha tentato per dividere il sindacato. Oggi si
trova di fronte a una contrarietà ormai esplicita di Cisl e
Uil. Sia sui contenuti del Patto, sia sui rinnovi
contrattuali: Pezzotta e Angeletti hanno confermato che
avanzeranno richieste salariali sensibilmente più elevate
rispetto ai valori cui volevano costringerli con la firma di
quel Patto strampalato. Bel risultato, anche questo".
Quindi sarà lotta dura, sciopero generale? "Oggi più
che mai. Il 20 settembre ci riuniremo, e decideremo la data
dello sciopero generale di ottobre. Le ragioni del conflitto
sono tante. Ne segnalo almeno tre. Primo: il mercato del
lavoro e i diritti, visto che la modifica dell'articolo 18
diventerà materia di confronto parlamentare e noi siamo
confortati dall'eccellente esito della raccolta delle firme
avviata ad agosto. Secondo: la previdenza, visto che il
governo punta a fare cassa e la delega pensionistica sfascia
il sistema con una decontribuzione dissennata. Terzo: la
sanità e la scuola, visto che non c'è traccia di riforme, ma
solo ipotesi regressive e, di nuovo, nefaste per la parte più
debole della popolazione".
La Cgil si ritroverà sola un'altra volta? "La Cgil è
chiamata a un fisiologico esercizio di coerenza: portiamo
avanti le nostre soluzioni alternative, e al tempo stesso
rafforziamo la nostra lotta contro intenzioni del governo
pericolose e negative per i cittadini. Io non ho dubbi: il
consenso dell'opinione pubblica, intorno alle nostre
posizioni, sta crescendo".
Parla bene, lei: la Cgil, dice il Cavaliere, è ormai "per
metà sindacato, per metà corrente di un partito politico".
"La Cgil è un grande sindacato. E non c'è nulla di più
banalmente sindacale dei salari, delle persone che lavorano,
della sanità, dei diritti. Io di tutto questo mi occupo. Il
fatto è che il premier, in stato confusionale, cerca ogni
volta di accreditare intenzioni malevole e diverse verso i
suoi interlocutori. Con la Cgil lo fa sistematicamente. Ma
questi attacchi non mi toccano".
Ma alla lunga la logorano.
"Non sono certo io ad essere logorato, ma loro. Diventa sempre
più ingovernabile la somma delle loro contraddizioni, e sempre
più difficile il mantenimento delle promesse elettorali. Così
si finisce per assistere alle ipotesi deprimenti di questi
giorni. Il ricorso ai condoni, che incoraggiano e perpetuano
l'illegalità. La mitica flessibilità, invocata a sproposito
come motore di ogni idea di sviluppo, ma poi lestamente
accantonata quando si tratta di garantire un diritto a un
immigrato, che secondo Maroni (in violazione alla Carta di
Nizza) dovrebbe avere un posto fisso per ottenere la
regolarizzazione".
Vede un centrosinistra compatto, in questa offensiva
d'autunno a fianco della Cgil? "Io vedo che la ripresa di
settembre offre un quadro pessimo e disastroso. E vedo nella
maggioranza una pericolosissima miscela di pseudo-liberismo
emulativo e di populismo.
Tutto questo offre all'opposizione un oggettivo spazio di
manovra. Io spero che lo colmi, con la convinzione e la
coesione che finora gli sono mancate".
Il 21 settembre lei dice addio alla Cgil. "Presiederò
la Fondazione Di Vittorio, cercherò di approfondire il
rapporto tra rappresentanza politica e rappresentanza
sociale...".
D'accordo, ma darà una mano al centrosinistra?
"Cercherò di dare una mano. Come libero cittadino,
intendiamoci".
Quindi niente politica per Cofferati. Niente collegio Ds a
Pisa?
"Ringrazio, ma niente passaggio diretto alla politica, e
niente Pisa. L'ho detto e lo faccio: dal primo ottobre sarò in
Pirelli".
Magari il 14 fa una passata al girotondo sulla giustizia?
"Sì. Condivido in pieno le ragioni di quella manifestazione. E
da cittadino sarò in piazza anche io".
Darà un altro dispiacere al presidente del Senato.
"La politica non si fa in piazza", ha detto Pera.
"La politica si fa in ogni luogo. Si fa in Parlamento, dove
agiscono i soggetti legittimati dal voto democratico. Ma si fa
altrettanto legittimamente in cento luoghi diversi. Compresa
la piazza, dove si costruiscono e si rendono visibili progetti
e idee alternative. Io penso che l'efficacia di una democrazia
stia proprio nella diffusione dell'agire politico, attraverso
il massimo coinvolgimento dei cittadini. Partecipi della
propria sorte, non spettatori passivi e magari informati da un
sistema radiotelevisivo privo del necessario pluralismo".
Non ce l'avrà mica col Cavaliere, padrone di Rai e Mediaset?
"Dalle sue reti, mi aspetto che proseguirà il tormentone
inflitto quotidianamente agli italiani: "tutto va bene". E se
qualcuno non è d'accordo è un disfattista. O peggio, non è
democratico. Ebbene, lo ripeto: io non sono d'accordo".
(31 agosto 2002)
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Lettera a La Repubblica 15 giugno 2002
I pericoli che corre il sindacato
SERGIO COFFERATI
Caro direttore, ho letto con attenzione e ho trovato del tutto
pertinenti e condivisibili le osservazioni di Eugenio Scalfari
(Repubblica del 9 giugno) relative ai possibili cambiamenti delle
funzioni e della natura del sindacato confederale italiano. Trovo
invece sorprendenti i silenzi o le sottovalutazioni di molti. Penso
ad esempio ai commentatori liberali che tacciono sulla possibile
trasformazione che rende sempre più dipendente, sul piano del
finanziamento, i sindacati dei lavoratori e delle imprese dallo
Stato. Inoltre tende a trasformarne l' adesione dei lavoratori e
delle aziende da libera e volontaria in incentivata, se non
addirittura obbligatoria, attraverso i meccanismi degli enti
bilaterali (è evidente che se a questi verranno assegnate funzioni
universalistiche come l' erogazione dei sussidi o la gestione degli
ammortizzatori sarà difficile per i singoli lavoratori, o per le
singole imprese, sottrarsi al meccanismo dell' adesione alla
associazione che fa parte dell' ente bilaterale che garantisce la
tutela del caso). Ma ancor più sorprendente è la reticenza o il
silenzio delle forze progressiste, dell' intero centrosinistra che
finge penosamente di scambiare delle possibili mutazioni genetiche
con dei dissensi di metodo tra le organizzazioni dei sindacati dei
lavoratori sul tema, pur decisivo, del diritto al reintegro in caso
di licenziamento senza giustificato motivo. Così facendo rimuovono
un problema che in ogni caso li coinvolgerà presto e che mette in
discussione la storia originale, ma assai feconda del rapporto
storico tra la rappresentanza sindacale confederale, l' esperienza
riformista italiana (sia quella cattolica che quella socialista) e
la stessa cultura politica massimalista. La trattativa di questi
giorni sul mercato del lavoro, quella che si svolge senza la
presenza della Cgil, ha ormai esplicitamente evidenziato due
rilevanti pericoli, quello del bipolarismo sindacale e quello dello
snaturamento del sindacato. Sul primo, se avrai la cortesia di
ospitare nuovamente qualche mia opinione, vorrei tornare
diffusamente un' altra volta, perché è un tema, a mio parere, assai
rilevante per il futuro del paese. Non si possono cambiare regole
istituzionali, meccanismi elettorali e non rendersi conto che tutto
ciò ha un effetto immediato sulle forme e sulle dinamiche della
rappresentanza sociale (ancora una volta sia quella dei lavoratori
che quella delle imprese). Il secondo pericolo è palese, visibile,
si teorizza che il futuro del sindacato è nell' erogazione dei
servizi (e aggiungo io, a commento delle esplicite intenzioni di
Governo e Confindustria, nella diminuzione della contrattazione
delle tutele dei lavoratori). Tristemente, la teorizzazione del
modello è fatta dagli esponenti del governo nelle loro ripetute
interviste e dichiarazioni. I miei colleghi di Cisl e Uil si
limitano ad assecondare quella deriva nel negoziato in corso
sostenendo in un incomprensibile accostamento teorico, che si tratta
di obiettivi utili ad un sindacato della contrattazione, della
partecipazione, della concertazione, della democrazia economica,
della bilateralità (?!). Come si può vedere: tutto e il suo
contrario. La chiave di volta principale della trasformazione
negativa del sindacato sta nella bilateralità. Gli enti bilaterali
immaginati originariamente come strumenti della mutualità
solidaristica per la piccola impresa artigianale o come soggetti per
l' individuazione del fabbisogno formativo (anche quello legato alla
sicurezza), diventano una cosa del tutto diversa e abnorme. I nuovi
enti, in via di definizione, formati da imprese e sindacati, si
dovrebbero occupare di far incontrare domanda e offerta di lavoro,
dovrebbero gestire ammortizzatori sociali e coordinarne l' incrocio
con la formazione, dovrebbero certificare la libera volontà delle
parti nella definizione dei singoli contratti di lavoro, dovrebbero
coordinare le politiche della sicurezza, infine dovrebbero
concorrere all' individuazione e all' isolamento delle attività
sommerse. Insomma, come si vede dovrebbero spaziare dall'
intermediazione di manodopera, alla sostituzione delle Guardia di
Finanza nella ricerca del lavoro nero, passando per il potenziale
conflitto di interessi proprio di chi "coordina" le politiche
formative attribuendole, tra gli altri, a propri istituti, con atti
negoziali e non certo per scelte di mercato. Ovviamente il governo
intende partecipare a queste iniziative attraverso apposite
politiche di incentivazione che si prefigurano, anche, come forma
spuria di finanziamento dei soggetti promotori del bilateralismo.
Contemporaneamente si punta da parte di governo e Confindustria a
ridimensionare le funzioni contrattuali del sindacato cercando di
ridurre i livelli negoziali attuali e di diminuire le materie
assoggettate alla esplicita contrattazione. Alcuni sostengono che
sia questo il sindacato del futuro e aumentano in me la condivisione
di quello del passato. Il cerchio si chiude, ovviamente, negando l'
attuazione di qualsivoglia rimando dell' art.39 della Costituzione.
Nulla deve essere definito legislativamente per fissare la
rappresentatività, il peso, dei singoli sindacati, altrimenti il
castello si sfascia. Meglio fissare che la rappresentatività nasce
da un semplice accordo tra le parti, solo così, con l'
autoreferenzialità più pura, si può "riformare il sistema delle
relazioni sociali". Segretario generale Cgil |
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