Ambiente
e Sviluppo Sostenibile
RELAZIONE
DI
FELICE
MAZZA,
Responsabile
nazionale Dipartimento Sicurezza Alimentazione Ambiente e Territorio
Premessa
La
tutela ed il miglioramento dell’ambiente, intendendo per tale lo stato
ecologico del territorio, sono condizioni imprescindibili ai fini:
-
della qualità
della vita e della varietà umana, animale e vegetale;
-
della
sicurezza del territorio dai rischi derivanti dal clima o dall’azione
umana;
-
dello
sviluppo sostenibile delle attività umane nel lungo periodo;
-
della qualità
e della fruibilità dei terreni dedicati alle produzioni agricole ed
agroindustriali;
-
della qualità,
dell’igiene e della sicurezza alimentare dei prodotti agroalimentari;
-
della qualità
della vita e del lavoro di chi opera in queste attività.
L’esperienza
L’esperienza
sindacale di contrattazione, in tema di tutela ambientale, è segnata da
una serie d’esperienze eccessivamente variegata, nel senso che a rare,
benché significative, esperienze corrisponde ancora una diffusa
superficialità se non indifferenza.
La
questione ambientale è stata vissuta, per molti anni, dalle aziende, dai
sindacati e dai lavoratori, come una sorta di attacco alle attività
produttive e all’occupazione. D’altro canto, l’atteggiamento
aggressivo dei movimenti ambientalisti non ha facilitato il dialogo e la
riflessione.
L’atteggiamento
istituzionale è stato spesso ondivago e poco responsabile, in altre
parole poco attrezzato e restio a fare le debite pressioni necessarie a
costruire adeguati a percorsi consensuali e partecipativi, mentre si è
rivelato piuttosto incline a regolamentare l’argomento con leggi di
comando e controllo, al fine di mettersi al riparo da eventuali
“responsabilità”, ma tralasciando poi di costruire il controllo
necessario per dimostrare la volontà di indurre, i soggetti interessati,
a comportamenti corretti.
Il
limite culturale e politico è prodotto da un’antica concezione
dell'interesse economico, purtroppo, assecondato dalla scuola. I gruppi
dirigenti, pubblici o privati, nazionali e non solo, sono ancora formati
secondo princìpi che considerano il rispetto della sicurezza e
dell'ambiente un costo per le aziende, da esternalizzare a carico della
collettività.
Dal
1905, quasi un secolo fa, il pensiero economico ha analizzato questo
fenomeno; ma per elaborare risposte adeguate è rimasto in attesa di una
sensibilità scientifica, sociale e politica che si è andata verificando,
con lentezza e contrasti immensi, solo dagli anni '60 e grazie all'impegno
dell'ONU.
Gli
esiti
Le
potenzialità negative di questi princìpi si possono vedere in concreto.
La spesa pubblica nazionale, sia in materia di sanità generale, connessa
alla previdenza, per infortunio o malattia professionale, sia in materia
di ambiente per disastro ecologico (alluvione, frana, incendio,
inquinamento), è costantemente cresciuta.
La
competitività, in un mercato globale peraltro senza regole, poggia quasi
esclusivamente, sul parametro dell'abbattimento dei costi. Ora, sapendo
che nel mercato globale si rileva la presenza, economicamente aggressiva,
di paesi o aree continentali che ammettono lo schiavismo e tendono ad
esportarlo, anziché proporsi di cambiare questo fenomeno è stato più
facile mettersi a competere con gli schiavisti.
Poste
queste premesse, i gruppi dirigenti così formati non potevano che
orientarsi alla destrutturazione dei diritti dei lavoratori dei paesi
industrialmente forti e con una solida protezione sociale.
Il
problema, comunque, non sta nel mercato globale in sé, ma nel fatto che
esso non è correttamente regolato. Le contestazioni al G8 e alle sessioni
dell’OMC attirano l'attenzione dei mass media, ma la questione
rilevante, che spaventa chi ha goduto finora dei benefici del mercato
senza regole, sta nel fatto che alcuni importanti paesi, quali l’Europa
e la Cina, esprimano la volontà di dare al mercato globale le regole
necessarie a stabilire le condizioni minime di civile convivenza e a
sanzionare chi non le rispetta.
L’Unione
Europea
L'Unione
Europea ha dimostrato a lungo molta attenzione al proprio mercato interno
e alla libera circolazione delle merci ma li ha subordinati sempre alla
concorrenza leale, che implica il rispetto delle regole sociali. Oggi,
addirittura, subordina questi temi sia alle politiche di tutela
ambientale, sia a quelle per la sicurezza nei luoghi di lavoro e,
prossimamente, anche a quelle per la sicurezza alimentare.
Essa
ha tutto l'interesse a sostenere questi orientamenti, avendone fatto
motivo di impegno fondamentale delle proprie politiche. Né abbiamo motivo
di pensare che essa non si senta impegnata in questa direzione, tanto più
dopo la deliberazione dei diritti fondamentali dei cittadini concordati a
Nizza.
Il
sesto programma europeo per l’ambiente è frutto di un lungo impegno in
materia. Siamo, infatti, ad oltre diciotto anni dal primo. A questo
proposito, ritengo utile una breve rilettura delle vicende ambientali
degli ultimi trent’anni.
Trent’anni
di storia per l’ambiente
Il
contributo dei Paesi europei fu forte già nella prima conferenza mondiale
di Stoccolma, nel 1972, quando per la prima volta il mondo intero prendeva
atto della crisi ambientale. In quell’occasione si stabilì che ogni
Stato dovesse:
-
emanare leggi
di comando e controllo per reprimere l’inquinamento di aria, acqua e
suolo;
-
sostenere
l’informazione dei cittadini sullo stato dell’ambiente e sull’utilità
di assumere comportamenti corretti e responsabili, anche di denuncia degli
inquinatori;
-
organizzare
sistemi di depurazione delle acque reflue, di smaltimento dei rifiuti di
depurazione delle emissioni atmosferiche;
-
proteggere le
aree naturali.
I
ritardi e l’inefficacia delle normative, il taglio allarmistico e
intermittente dell’informazione, l’atteggiamento di indifferenza del
mondo produttivo, il modello consumistico delle società ricche,
l’espansione urbana, la crescita esponenziale della popolazione, l’uso
eccessivo delle fonti energetiche fossili, hanno procrastinato la presa di
coscienza della gravità dello stato dell’ambiente.
L’atteggiamento
aggressivo dell’ambientalismo era, in questo senso, giustificabile;
tuttavia, dall’analisi di questi ed altri fenomeni, esso ha assunto una
questione: il problema dell’aggravamento dell’ambiente è causato
dallo sviluppo economico, ergo, è necessario fermarlo partendo dalle
cause più gravi. E così, l’ambientalismo ha usato la contestazione
sociale che, avendo riflessi sulla politica, ha sospinto le istituzioni
verso decisioni sempre più stringenti.
Negli
anni ’80 si è diffusa una contestazione sociale così forte da mettere
in crisi parti rilevanti delle attività economiche in molti territori. Ne
è derivato un impegno delle istituzioni e delle associazioni
imprenditoriali a livello mondiale, tendente a ricercare la soluzione dei
problemi. E’ stata, infatti, ancora l’ONU, nel 1987, con la
commissione per lo sviluppo e l’ambiente presieduta dalla signora
Brundtland, a trovarla proponendo l’idea dello sviluppo sostenibile.
Lo
sviluppo sostenibile
Questa
idea, consacrata nella seconda conferenza mondiale per l’ambiente tenuta
Rio de Janeiro nel 1992, non va vista semplicemente come compromesso tra
sviluppisti e antisviluppisti, che potrebbe allora essere vissuto come un
effimero armistizio tra parti avverse.
Piuttosto
essa è lo stato di avanzamento della coscienza collettiva di quanto
rappresenti l’ambiente negli interessi dell’intera umanità. Per
questa via, infatti, si è scelto di subordinare lo sviluppo alla sua
sostenibilità da parte dell’ambiente. In questo senso anche
l’occupazione è una subordinata. E d’altro canto, ci è chiaro che un
posto di lavoro che fa i conti con le esigenze dell’ambiente è più
difendibile di uno che se ne infischia.
Il
contributo dato dall’Unione Europea, sia alla formazione della
risoluzione della commissione Brundtland, sia alla sua affermazione nella
conferenza di Rio, è stato molto più significativo ed importante che in
passato, assumendo anche posizioni in contrasto con gli interessi USA.
La
questione del Protocollo di Kyoto ne offre ampia dimostrazione. Non si
tratta, però, di un atteggiamento teso a danneggiare un Paese, bensì a
fargli assumere maggiore responsabilità sull’argomento. D’altronde,
anche se il governo USA non firmasse, le sue maggiori aziende, non
petrolifere o del carbone, hanno già scelto, liberamente e
volontariamente, politiche di risparmio energetico o di fonti energetiche
alternative meno costose, che vanno appunto nella direzione delle
politiche del Protocollo.
L’atteggiamento
europeo deriva, infatti, dall’accumularsi di esperienze di grande valore
in ogni campo, anche grazie a nuove idee sul da farsi e a tecnologie più
avanzate in ogni campo. Ma, soprattutto, con l’affermarsi di un pensiero
nuovo derivante dalla pratica costante di un principio: se è l’attività
che crea il problema, l’attività stessa può risolverlo.
L’esperienza
dei programmi triennali per l’ambiente ha dato, in questo senso, molti
risultati in Europa. E il sesto programma contiene ipotesi di lavoro non
più solo orizzontali (vale a dire tematiche riguardanti tutti, come:
rifiuti, acqua, aria, etc.) ma anche verticali (tra queste spiccano:
l’industria, l’agricoltura, il turismo) e territoriali (il
Mediterraneo, le aree protette, etc.).
L'impianto
della proposta europea, per la tutela ambientale dall'impatto delle
attività produttive, richiama i princìpi ispiratori dei sistemi adottati
nelle politiche per la prevenzione dai rischi in materia di sicurezza dei
lavoratori nei luoghi di lavoro e di sicurezza alimentare.
La
struttura di queste politiche è finalizzata a rispondere complessivamente
alle logiche dello sviluppo sostenibile. Il nesso si colloca nella
valutazione dei rischi, nel piano di sicurezza e nel programma di
miglioramento.
Tali
logiche esigono, come base minima, il rispetto delle norme di sicurezza e,
come volontario valore aggiunto, l'avvio di un processo di miglioramento
continuo che travalichi i limiti delle norme e si predisponga a
raggiungere obiettivi di qualità progressivamente più elevati. A questi
fini si utilizza l'ausilio sia dell'analisi del rischio,
dell'individuazione delle misure di prevenzione e protezione, della
programmazione degli interventi e della verifica della loro efficacia, sia
della partecipazione dei soggetti interessati, interni ed esterni
all'attività dell'azienda.
I
differenti obiettivi specifici si connettono tra loro poiché l'oggetto
dell'intervento è lo stesso: l'organizzazione del sistema produttivo,
l'organizzazione del lavoro di ogni singola azienda e il loro rapporto con
l'ambiente (sito, territorio e risorse) e la società.
Le
coerenze strutturali di queste politiche, però, andrebbero supportate
anche dall'armonizzazione dei sistemi specifici di comunicazione,
informazione e linguaggio, al fine di consentire la connessione delle
diverse analisi del rischio e la contestualità operativa degli
interventi, unificando e semplificando il più possibile le procedure e
gli adempimenti.
Il
problema dei costi.
Generalmente,
di fronte alla fluente dinamica evolutiva delle politiche europee di
sicurezza e tutela, le organizzazioni imprenditoriali italiane tendono a
sottolineare la specificità del sistema produttivo nazionale,
caratterizzato da una diffusa presenza di piccole e piccolissime imprese.
I
dati di Unioncamere, secondo Confindustria, classificano l'85% delle
aziende industriali al di sotto dei 50 dipendenti, il 12% al di sopra dei
51 dipendenti e fino a 200, mentre solo il 2,5% sarebbe superiore a 201
dipendenti e oltre. Per le aziende agricole il dato è di gran lunga
inferiore. A questo aspetto viene affiancato un secondo campo di temi,
quelli della pressione fiscale e contributiva.
Poste
queste premesse, chiedere a questo sistema imprenditoriale semplicemente
di reinternalizzare i costi della sicurezza e della tutela, così come
pure postulano le norme comunitarie, potrebbe apparire velleitario.
Sottolineato
che, non da oggi, ci siamo già fatti carico del problema, ci sentiamo di
dire che siamo disponibili alla possibilità di verificare insieme i modi
e i tempi di una politica costruttiva in materia. Gli accordi
interconfederali dal 1993 in avanti, e da ultimo l'accordo
interconfederale con la Confapi, sia pure su materie diverse, ne sono
evidente dimostrazione.
In
questa chiave, e con le necessarie aperture ai diversi soggetti, pubblici
e privati, economici e sociali interessati ai temi dell'ambiente, della
sicurezza nei luoghi di lavoro e della sicurezza alimentare, il problema
dei costi si porrebbe su basi tutt’affatto differenti da quelle
precedentemente esaminate.
Laddove
l'avvio di queste politiche fosse concreto e comportasse risultati di
effettivo miglioramento, i benefici economici per la spesa pubblica e la
minore pressione degli oneri fiscali e previdenziali per le imprese,
potrebbero essere parzialmente riconvertiti ai fini di una politica di
servizi di supporto e di incentivi premiali per le imprese, le filiere o i
territori che realizzassero le migliori politiche preventive o di
ripristino ambientale.
Occorre
però far funzionare gli strumenti operativi già individuati ed allestire
presto i nuovi e specifici.
Il
territorio
L’idea
dello sviluppo sostenibile, applicato all’agricoltura e all’industria
alimentare, è un modello di sviluppo che implica la capacità di valutare
le potenzialità e le criticità del territorio e la sostenibilità nel
tempo dello sviluppo delle attività in esso intraprese.
Il
senso del limite è rivolto alla capacità, da un lato di evitare la
distruzione di risorse, e dall’altro di realizzare la loro
valorizzazione. Nessuna attività umana è potenzialmente più in grado di
realizzare questi risultati di quanto possano fare l’agricoltura e
l’industria alimentare.
Possono
diventare strumenti fondamentali per una nuova politica di sviluppo,
caratterizzata dalla sostenibilità ambientale del settore nel tempo, i
distretti rurali e i distretti agroalimentari.
I
distretti rurali
sono aree che presentano un’identità storica e territoriale omogenea
derivante dall’integrazione fra attività agricole o di pesca e altre
attività locali, e caratterizzate dalla produzione di beni o servizi di
particolare specificità, funzionali o aggiuntivi a tali attività, ma
sopratutto coerenti con le tradizioni locali e le vocazioni naturali del
territorio.
I
distretti agroalimentari
sono le zone geografiche caratterizzate da una significativa presenza
economica e dall’interazione e dall’interdipendenza produttiva delle
imprese agricole e agroindustriali.
A
questi ambiti vanno applicate particolari attenzioni dalle politiche
istituzionali. Le istituzioni vanno quindi sollecitate ad assumere misure
adatte allo scopo di:
-
favorire la
crescita di servizi finalizzati al sostegno del sistema distrettuale;
-
sollecitare e
sostenere l’orientamento organizzativo all’integrazione delle
politiche produttive tra aziende e aree agricole, da un lato, e aziende e
distretti agroindustriali, dall’altro;
-
sollecitare
le aziende del territorio a caratterizzare la tutela ambientale dei siti e
delle aree dedicate all’agroalimentare attraverso l’adozione del
sistema di certificazione EMAS di sito e di territorio.
-
difendere i
siti e le aree dedicate all’agroalimentare, comunque denominate, da
inquinamenti ed interferenze esterne, anche esercitando il necessario
controllo sulle emissioni idriche e atmosferiche e sugli scarti o rifiuti.
Occorre,
tuttavia, richiamare la vostra attenzione su tre temi che non compaiono
mai nelle discussioni sullo
stato dell’ambiente nei settori agricoli e agroindustriali, vale a dire:
-
le aziende
sottoposte alle norme per la tutela dei cittadini dai rischi di incidente
industriale rilevante;
-
le aree a
rischio di crisi ambientale, inquinate dalle lavorazioni agroindustriali e
sottoposte a bonifica;
-
i terreni
agricoli utilizzati male, vale a dire, da un lato mal curati dalle
aziende, dall’altro usati quali discariche, per lo smaltimento dei
rifiuti di varia origine.
Questi
possono essere motivi non espliciti di atteggiamenti negativi in materia
di sperimentazione di programmi di miglioramento ambientale. E’ bene che
il sindacato territoriale verifichi come stanno le cose e, ove ricorrano
le condizioni, si preoccupi di ottenere opportune informazioni sullo stato
dei programmi di miglioramento ovvero sui piani di sicurezza, rivolgendosi
alle associazioni imprenditoriali ed alle istituzioni locali preposte, e
successivamente di far richiedere, da parte del RLS, le informazioni
specifiche e dettagliate direttamente all’azienda interessata.
La
certificazione EMAS:
a)
di
sito è
una scelta forte in grado di offrire ampie garanzie sulla qualità del
lavoro, dei prodotti, del processo produttivo, dei consumi e del rapporto
col territorio praticati dall’azienda.
Infatti,
questo sistema di certificazione, a differenza di qualsiasi altro, prevede
tre elementi fondamentali:
1)
l’iscrizione
nella rubrica pubblica dei siti certificati (ANPA: il mancato rispetto
delle procedure o l’incapacità di raggiungere i parametri ambientali
prefissati ne causa la cancellazione);
2)
il controllo
pubblico periodico continuo (le dichiarazioni dell’azienda devono
risultare rispondenti al vero, altrimenti può esserci l’intervento del
magistrato penale);
3)
il
coinvolgimento dei rappresentanti sindacali e la partecipazione dei
lavoratori.
b)
di
territorio,
resa possibile dalle modifiche ottenute dall’Italia, nell’ambito delle
politiche europee, per aiutare il proprio apparato produttivo a migliorare
le performance ambientali, è già stata applicata per distretti
industriali più invasivi, quali quelli della chimica, e per il distretto
industriale tessile di Prato
Sembra
poco credibile che non si possa fare di più e probabilmente meglio in nei
settori agroalimentari, tanto più per due motivi: da un alto per l’alta
garanzia che un simile sistema di certificazione offre a livello europeo e
mondiale per i prodotti e per il nome del territorio, dall’altro in
quanto l’EMAS di territorio ha un percorso più lento e prevede
possibilità di servizi e incentivi di sostegno.
Sono
note, peraltro, posizioni delle organizzazioni imprenditoriali, in merito
all’ambiente e alla sicurezza, che in linea generale non solo non
contrastano con quelle che abbiamo qua esposte ma in molti casi sono tema
di impegno unilaterale e in alcuni sono già programma di realizzazione.
Occorre individuarle e contrattare un ruolo partecipativo dei lavoratori e
delle loro rappresentanze in queste realtà, ma anche espandere
l’iniziativa.
Nei
casi di resistenza delle controparti che non abbiano ancora intenzione di
praticare queste politiche, ma ancor di più ove si tratti di
inesperienza, è opportuno adottare inizialmente sistemi meno complessi e
vincolanti di EMAS, quali ISO, UNI o simili.
Infatti,
per allargare il fronte delle aziende interessate è necessario utilizzare
atteggiamenti e strumenti idonei quali, ad esempio, il metodo applicato
nella risoluzione dell’ipotesi di accordo per il 2° biennio del CCNL
dell’industria alimentare, che impegna le parti ad esperire in tutte le
aziende agroindustriali una procedura di risk assessment in materia di
sicurezza alimentare, evitando l’indisponibilità degli interlocutori e
l’isolamento di quelle aziende che invece hanno aderito volontariamente
alla dichiarazione d’intenti sottoscritta dalle parti al CNEL e
riguardanti le filiere ortofrutta, latte, carne e pesce.
Come
agire contrattualmente.
1)
Attribuire al RLS/RSU il diritto di chiedere, nell’ambito dei diritti
d’informazione, il “bilancio ambientale”, che dovrà essere reso
pubblico dall’azienda e che deve contenere almeno:
-
i consumi di
materie prime, di acqua, di energia, di materie e/o sostanze aggiuntive;
-
i risultati
produttivi;
-
gli scarti;
-
l’uso e la
qualità degli impianti e dei macchinari.
In
ogni caso è bene chiedere formalmente notizie anche sui casi di rischio
rilevante e di sito inquinato, sia come fatto specifico che come partecipe
di un’area a rischi ambientale.
2)
Definire accordi aziendali finalizzati alla tutela ambientale nel sito
produttivo. In questi casi si può cominciare:
-
dal
trattamento delle acque, finalizzato al riuso;
-
da quello dei
rifiuti, finalizzato al riciclo, all’uso come ammendanti agricoli o
destinati alla produzione di energia;
-
dal risparmio
energetico o dall’efficienza energetica degli impianti e dei macchinari.
In
agricoltura è già attiva una disponibilità delle aziende agricole a
farsi carico della tutela ambientale dei propri siti e del territorio
circostante.
3)
Definire impegni territoriali per richiedere congiuntamente alle Regioni
di individuare e codificare gli ambiti di distrettuali (rurale o
agroalimentare) in applicazione anche dell’articolo 13 (Distretti rurali
e agroalimentari di qualità) del Decreto Legislativo 18 maggio 2001, n.
228.
4)
Analoghi impegni vanno definiti per l’applicazione dello stesso D.Lgs
228/01 rispetto:
-
all’articolo
21, riguardante “Norme per la tutela dei territori con produzioni
agricole di particolare qualità e tipicità”;
-
all’articolo
3, riguardante “Attività agrituristiche”.
5)
Definire accordi di concertazione triangolari, con le istituzioni locali e
regionali, le associazioni imprenditoriali e noi (coinvolgendo le
strutture confederali), in materia di OGM, manipolazione genetica dei
prodotti alimentari e degli
animali.
6)
Prevedere accordi sulla formazione riguardanti sia le relazioni tra i
soggetti, sia la professionalità degli addetti.
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